Il mio blog preferito

sabato 17 febbraio 2018

17 Febbraio 2017 - Giornata Nazionale del Gatto

La Giornata del Gatto del 17 Febbraio è una tradizione italiana, e piuttosto recente. La data, ci dicono, fu scelta dopo attento studio in base al fatto che il 17 da noi è ritenuto un giorno sfigato ma anche perché Febbraio è il mese dell'Acquario, un segno di spiriti liberi e anticonformisti - e il gatto è ritenuto spirito libero e anticonformista per definizione.
Di fatto la maggior parte dei gatti viene concepita in Febbraio (qualcuno anche a fine Gennaio) e dunque Acquario e gatti sono indubbiamente collegati tra loro.
C'è di più, comunque: l'Acquario è anche alla base del tarocco della Temperanza, carta che raffigura la capacità di riequilibrare:
E infatti i siti gattari sono pieni di articoli che riferiscono di studi scientifici assai attendibili che affermano che la presenza di uno o più gatti in casa riequilibra la pressione degli umani e regolarizza il funzionamento di cuore e circolazione, quasi che a una persona sensata servissero incentivi terapeutici per tenere qualche gatto a portata di mano.
In realtà un gatto in casa è anche foriero di disastri (se gli va)
e raramente mostra segni di pentimento dopo averli commessi
aiutandoci con ciò a staccarci dalla vanità delle cose di questo mondo, che è sempre molto utile.
Inoltre il gatto è un animale felicemente libero da pregiudizi: ama chi gli pare, senza badare alla specie
e valuta le cose in base alle sue preferenze e non al loro prezzo, rivelandosi così alla portata di tutte le tasche purché queste tasche avvolgano un umano provvisto di una certa elasticità di vedute (che il gatto lo aiuta a coltivare):
Auguri dunque ai nostri amatissimi gatti (ma anche a tutto il bestiario, a due o quattro zampe o senza zampa alcuna, che allieta la nostra esistenza).
Per concludere, un piccolo omaggio ai miei due gatti blogger preferiti, al momento soppiantati dai blogger umani e qui ritratti ancora piccoli insieme ai loro due fratellini: Esserino e Balena.

venerdì 16 febbraio 2018

Le relazioni pericolose - Pierre-Ambroise-François Choderlas de Laclos

Non avevo mai comprato questo libro, che pure mi piace molto, perché tanto lo avevano i miei... nella vecchia edizione della BUR grigia, quella rilegata in cartoncino. E tuttavia gli anni mi hanno insegnato che, per quanto gloriose e ben curate come edizioni, commenti e simili, le edizioni della BUR grigia sono tutt'altro che eterne. Insomma, alla fine quest'anno ho deciso di investire una fettina del bonus di aggiornamento per mettermi in casa questo bel classico, e dopo attento studio sui cataloghi editoriali ho scelto l'edizione Feltrinelli in virtù di una copertina molto pertinente tratta da un quadro di Fragonard che si intitola, guarda caso, La lettera d'amore. Un libro con una copertina pertinente al contenuto è roba molto rara in Italia, e Fragonard è assai contemporaneo agli eventi narrati. Prezzo 9 euro, più che conveniente. Naturalmente qualsiasi altra edizione può andare bene, purché si ricordi che il romanzo circola anche con altri titoli, ad esempio, nella BUR, I legami pericolosi, che è traduzione più letterale e con cui l'ho letto la prima volta. Inconvenienti dei classici, e Charlotte Bronte ne sa qualcosa.
Aggiungo che da questo romanzo sono stati tratti, soprattutto negli anni 80, numerosi film e sceneggiati dai più vari titoli che vantano splendidi costumi e cast di grande livello da cui ho avuto cura di tenermi accuratamente lontana - per bieco e probabilmente infondato pregiudizio, ma soprattutto perché nessun film, per sua intrinseca natura, può permettersi di mantenere il taglio originale del romanzo, che è un romanzo epistolare estremamente epistolare, dove cioè la storia viene appunto portata avanti dalle lettere. La caratteristica, per quel che ne so, è relativamente insolita: la maggior parte dei ropmanzi epistolari infatti racconta una storia, appunto, attraverso le lettere, con qualche puntello qua e là del "curatore" che spiega quel che le lettere non raccontano. Ma qui le lettere bastano a loro stesse, e il curatore si limita a un paio di notarelle qua e là che spiegano perché manca questa o quest'altra lettera e cose del genere, e le lettere riescono a raccontare assolutamente tutto, lasciando abilmente intuire anche al più cretino dei lettori quel po' che non viene detto esplicitamente. Formalmente, insomma, si tratta di un lavoro perfetto, e proprio questa perfezione formale è uno dei motivi per cui lo ammiro incondizionatamente.

Siamo nel tardo Settecento, nell'alta società francese, probabilmente tra 1768 e 1769 e l'azione si svolge in meno di sei mesi. 
La trama all'apparenza non è delle più originali: un po' per divertimento, un po' per scommessa e un po' per vendetta una coppia di amici in grandissima confidenza (ex amanti, con l'intenzione di tornare insieme almeno per un po' una volta terminate le varie imprese), rispettivamente un visconte e una marchesa, si accingono a portare avanti due separate imprese: la seduzione di una bella signora con gran fama di virtù, ovvero la presidentessa di Tourvel e, diciamo, "l'iniziazione" di una fanciullina freschissima di collegio delle monache, uscita da lì per andare a sposarsi. Lo sposo per lei scelto dalla di lei virtuosa madre ha a suo tempo fatto degli sgarbi a entrambi gli amici, quindi farlo cornuto in anticipo sarebbe una graziosa idea, giusto?
Traviare una fanciullina per dispetto e sedurre una donna di virtù col preciso scopo di piantarla subito dopo sono vicende abbastanza tipiche degli intrecci romanzeschi francesi - o lo sono diventati solo dopo questo romanzo? Non saprei. Le seduzioni a freddo comunque abbondano nella letteratura del periodo, e non sono nemmeno rari i casi in cui, nel corso della seduzione a freddo, il seduttore si innamora perdutamente, anche se raramente i risultati sono così disastrosi.
A questo punto ho già introdotto quasi tutti i personaggi principali, tranne uno: il cavaliere Danceny, che si innamora assai rapidamente della fanciullina, che si chiama Cécile, suonando l'arpa con lei sotto gli occhi della madre. Lui è un bravo e ingenuo ragazzo. Non che non cerchi di sedurre la fanciullina, per carità, ma sarebbe in realtà anche disponibile a prendersela con onore sposandosela - anzi, è perfino probabile che sin dall'inizio le sue intenzioni siano quelle.
Abbiamo quindi due donne di singolare ingenuità e di buoni sentimenti, una donna decisamente malvagia e una donna virtuosa (la madre di Cécile) che, da brava madre, si mostra singolarmente stordita; più un giovane di buoni sentimenti e un uomo malvagio che si ritroverà poi rovinato dall'amore per una donna buona, secondo il delizioso paradosso così caro ad Agatha Christie, più un terzo uomo sullo sfondo che è una discreta carogna pure lui, che la marchesa riuscirà inizialmente a raggirare ma che finirà riabilitato agli occhi del bel mondo pur essendoci in realtà ben poco da riabilitare. Sullo sfondo c'è anche una confidente, che è anche la zia del visconte, più qualche altro personaggio di cui raramente ci si scomoda a dire il nome più alcuni fantasmi, il più notevole dei quali è il presidente di Tourvel, provvidamente assente per tutto il tempo dell'azione per trattare importanti affari altrove, e di cui non ci viene detto niente di niente, anche se ufficialmente all'inizio della storia la presidentessa lo ama devotamente. E' buona, non dimentichiamolo, e lui è suo marito - ma anche il loro è stato un matrimonio combinato.

Le regole non scritte dell'alta società francese sono piuttosto rigide: le relazioni fioriscono rigogliose, ma gli uomini sono legittimati ad averle e quasi fa parte dei loro doveri sociali, mentre per le donne non è prevista indulgenza se la cosa si viene a sapere. Anche sciogliere queste relazioni per la donna può rivelarsi pericoloso, perché l'uomo mantiene un potere di ricatto molto alto e la donna deve manovrare con gran cautela per... farsi lasciare, pena il discredito. La disparità tra i sessi è evidentissima (all'anima del doppio standard) e la perfida marchesa la critica aspramente, senza che niente, ma proprio niente, intervenga a far pensare al lettore che le cose non stanno proprio come dice lei, lasciandogli anzi il sospetto che, al di là di una notevole tendenza alla manipolazione degli altri, certi suoi comportamenti siano semplicemente il prodotto di un legittimo desiderio di difendersi. Ma la prima e più importante delle regole non scritte, nonostante l'indubbio garbo e la poeticità del linguaggio adoperato per oltre 150 lettere per descrivere anche situazioni decisamente crude, è evitare come la peste il coinvolgimento sentimentale: di amore si parla molto ma è opportuno provarne il meno possibile, e questo punto di vista accomuna libertini e virtuosi, perché è universalmente noto che le passioni sono estremamente pericolose e andrebbero sempre moderate dalla ragione - che è un po' il messaggio di fondo della Nouvelle Heloise di Rousseau (che la vera Heloise avrebbe probabilmente considerato con sincero disgusto) e che è alla base dei ragionamenti assai speciosi con cui la perfida marchesa riesce a convincere la madre di Cécile - che, presa da un occasionale attacco di buon senso, stava pensando di far sposare la figlia con Danceny, assecondando le inclinazioni della figlia - a non farne di niente perché i matrimoni d'amore rischiano di risolversi in delusioni.
Visto in quest'ottica, l'amore che nonostante tutto lega la presidentessa di Tourvel e il perfido visconte si rivela il più anarchico e pericoloso dei sentimenti, e si capisce anche perché il visconte si sforzi di negarlo con tutte le sue forze - in apparenza per paura del ridicolo, o della disapprovazione della perfida marchesa, ma più probabilmente per paura e basta. Rileggendo il romanzo ho anzi tratto la curiosa impressione che la presidentessa, che pure muore di dolore in una crisi di follia che ne fa forse la prima eroina romantica della letteratura, sia l'unica che esca vincitrice dalla storia proprio perché le convenzioni dell'alta società non la coinvolgono più di tanto: vive il suo amore colpevole con rimorso e qualche senso di colpa, ma senza tradire la sua natura e i suoi sentimenti e soprattutto senza negarli: fortemente ama, fortemente soffre, dolorosamente muore ma anche se il visconte ha cercato di manovrarla, non ha mai potuto farle tradire la sua natura né negare i suoi sentimenti. E più di uno osserverà che non sembra una gran vittoria, ma in quel romanzo la presidentessa è l'unica che agisce esclusivamente guidata dai suoi sentimenti, cosa che non vale nemmeno per Danceny che gioca tanto a fare l'innocente, ma alla fine risponde al codice sociale esattamente come tutti visto che inorridisce davanti alle colpe di Cécile ma non si rende conto che sono esattamente le stesse di cui si è macchiato lui. E, sempre a proposito di Danceny e Cécile, possiamo osservare che la vera origine del loro (notevole) dramma, e delle colpe di cui Cécile si macchia, anche per colpa della sua deplorevole ignoranza, sono dovute principalmente dalla preoccupazione della madre di lei preoccupata solo di far fare alla figlia "un buon matrimonio" che, a conti fatti, non dà nessuna garanzia di rivelarsi tale anche perché il di lei promesso sposo (un altro dei fantasmi che popolano il libro e che intravediamo in una sola breve lettera) non nutre, comprensibilmente, alcun sentimento verso una ragazza che non ha mai visto e con cui non ha nemmeno scambiato, in un romanzo dove tutti scrivono a tutti, un banale biglietto di auguri per il compleanno.
Come forse si potrà intuire dal riassunto che non ho fatto, non è un romanzo allegro (anche se non manca di un certo humor lugubre qua e là) e finisce male, ma proprio male: perfino i cattivi vengono puniti, in modo piuttosto crudele, e il finale risulta disseminato di macerie, giovinette infelici che si rifugiano in convento eccetera. E' anche un romanzo opprimente, perché già verso la metà il lettore si rende conto che le speranze che qualcosa, qualsiasi cosa, finisca bene sono veramente minime. Tuttavia è un romanzo veramente bello e mi sento di raccomandarne la lettura a chiunque non cerchi una lettura leggera che lo rilassi e gli tiri su il morale.

Con questo lugubre post (dove, come ho già detto e ripetuto, alla fine il bene non ci pensa nemmeno a prevalere) partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi di qua: fuori è ancora freddo e il tempo del piumone e del kotatsu non è ancora passato, ma una buona lettura d'inverno è sempre indicata.

mercoledì 14 febbraio 2018

Eterna malattia

Negli ultimi mesi, mentre navigavo tra un sintomo strascicato e l'altro, un giorno mangiando male, un giorno mal dormendo, un altro digerendo a stento e l'altro ancora sentendomi sfinita per l'immane sforzo richiestomi dal mangiare, dal dormire e dal digerire, il tutto unito all'immane fatica di recarmi a fare il mio onesto lavoro - unica cosa che riesce a tenere uniti i fili ancora sfilacciati della mia grama esistenza - mi tornava con insistenza alla mente una delle più orride canzoni mai sentite a Sanremo, ovvero "Eterna malattia", cantata (male) da tale Bertin Osborne, di cui mi guarderò bene dal postare il link - mi auguro anzi di essere l'unica sventurata che ancora se la ricorda, in virtù di una tenace memoria che non sempre è un vantaggio. Tale canzone sviluppava il tema assai consueto dell'amore come dolce malattia che fa male e che fa bene, con una singolare rozzezza sia nella musica che nelle parole.
Quanto alla mia personale eterna malattia, piuttosto scevra da complicazioni romantiche, mi rende ancora assai sensibile a qualsiasi malanno circoli per il mondo; ma va pur detto che quest'anno l'influenza è assai perversa e ha mietuto vittime nelle sue forme più strane anche tra persone che invero godono abitualmente di buona salute, e la forma con cui è approdata fino a me è una curiosa infiammazione che, partendo dalla gola, ha interessato il trigemino e pure un braccio che si è mirabilmente gonfiato costringendomi a mettermi per la terza volta quest'anno in malattia. Eccheppalle.
Tuttavia gli sfiammanti stanno sfiammando anche zone insospettabili, e improvvisamente mangiare è tornata una attività piuttosto piacevole. Così, tra una tachipirina e un deflogistico passo le giornate a dormire, e le nottate anche, facendo sogni decisamente strani ma non privi di una loro piacevolezza, e ho pure ripreso a leggere.
Siccome è San Valentino però ho pensato di mettere qui due delle mie canzoni d'amore preferite, dedicate alla grande potenza di questo nobile sentimento invece che al suo aspetto medico: la canzone di Fenton nel Falstaff


splendida e inarrivabile descrizione dell'amore tra ragazzi, e la grandiosa The Power of Love che su di me ha sempre un magico effetto rigenerante, come una doccia sotto una cascata (almeno immagino, perché io una doccia sotto una cascata purtroppo non ho mai avuto il piacere di farla).

Oltre che una malattia, l'amore è la più grande cura di ogni male secondo me, e davanti al suo potere i malanni scompaiono per lasciare il posto a un ben più grandioso ordine di idee e di sentimenti.
Con i migliori auguri a tutti quelli che passano da qua - e un pochino anche a me, che vorrei tanto diventare meno lamentosa.

domenica 14 gennaio 2018

Di presagi favorevoli (le cartucce non servono solo per sparare)

Un anno fa ero in un letto d'ospedale con una bardatura decisamente complicata, anche se mi avevano già levato un po' di pendagli. All'epoca i miei progressi erano vistosi, e avevano già stabilito che il pancreas e il fegato stavano tornando nella norma, mentre avevano ancora qualche dubbio sui reni (che venne fugato nella settimana successiva). Ero ancora a digiuno completo e siccome alcuni amici mi avevano raccontato che il primo passo sarebbe stato darmi del tè caldo e ben zuccherato, ogni mattina a colazione scrutavo speranzosa gli OSS che passavano a dare la colazione e che si limitavano a lasciarmi la brocca "per bagnarmi le labbra". Il sogno di una tazza di tè caldo e ben zuccherato cullava le mie giornate, dunque, perché se non era quella mattina avrebbe potuto essere quella successiva, ed è sempre bene avere qualcosa da sperare in tempi brevi.
Alla luce di questi precedenti, l'inizio di quest'anno non poteva che essere molto migliore. La mia eterna convalescenza prosegue e nutrirmi continua ad essere impresa sempre un po' azzardata, ma questo fine settimana invece di sognare un tè caldo e ben zuccherato mi sono procurata un nuovo giaccone e un nuovo paio di stivaletti ai saldi invernali (che l'anno scorso non ho visto nemmeno col binocolo).
Il ritorno a scuola è stato faticoso, molto faticoso, ma allietato da una serie di simpatiche coincidenze che mi rallegrano dall'inizio dell'anno. L'ultima è stata Venerdì scorso.
La scuola media di St. Mary Mead stava passando un periodo alquanto buio: l'unica stampante affidabile, quella di Sala Insegnanti, era senza cartuccia da fine Novembre. Ci avevano assicurato che prima di Gennaio non si poteva più ordinare nulla. In compenso abbiamo una fotocopiatrice nuova, con un meccanismo che dà un numero fisso di di fotocopie per classe ogni mese e che non era stato ancora aggiornato (al 13 Gennaio 13). In più si raccontava che la cartuccia non sarebbe arrivata prima della metà di Febbraio (!!!).
Lunedì dovevo iniziare il corso dell'affettività, che richiedeva gran numero di fotocopie, e non potevo stampare né fotocopiare un cazzo di niente. Ma avevo deciso di iniziare Lunedì, perché avevamo la scadenza ravvicinata dell'incontro con gli psicologi, perché  non eravamo ancora ripartiti col programma di Italiano e soprattutto perché sì.
Dopo aver ascoltato dai colleghi una lunga e infinita serie di lamentele (cui avevo anche dato un generosissimo contributo) ho deciso infine di tentare un colpo di mano.
Il corso sull'affettività era stato approvato dal Consiglio di Istituto, giusto?
Quindi, stampante o non stampante, cartuccia o non cartuccia, la scuola doveva mettermi in condizioni di avviare quel cazzo di corso, a me e alla mia Terza Amichevole, perché non avevo nessunissima voglia di stampare assolutamente nulla a mie spese, come invece aveva infine fatto la collega dell'altra Terza non riuscendo a venire a capo della questione in altro modo.
Alle elementari non ci amano, ma per qualche motivo misteriosissimo nella Segreteria Amministrativa amano molto me. Così sono scesa con una chiavetta e un bel sorriso e ho chiesto di stamparmi le schede, per favore, perché purtroppo la nostra stampante...
Con altrettanto grandi sorrisi hanno stampato tutto senza batter ciglio, poi una delle segretarie ha chiesto se "mi servivano un po' di copie".
"Ehm, sì, ventiquattro per scheda" ho mormorato (parto sempre mormorando, quando chiedo qualcosa, in base alla regola che per fare un gran casino c'è sempre tempo. Lì poi non stavo nemmeno chiedendo, solo accettando una gentile e spontanea offerta).
Prontamente mi sono state scodellate duecento fotocopie circa. Nel frattempo l'altra segretaria ha detto "Strano che la cartuccia non sia ancora arrivata, forse è in magazzino. Lei ricorda il tipo di stampante?".
Naturalmente non la ricordavo, ma ho chiamato alle medie e l'ho chiesto.
E' risultato che sì, la cartuccia era in magazzino che aspettava tranquilla, nel suo bell'astuccino di cartone.
Da quanto? Perché nessuno ci aveva avvisato?
Altri forse avrebbero indagato più a fondo sulla questione, ma io mi sono limitata a prendere la cartuccia con un grandissimo sorriso e a scappare di gran carriera con le mie 200 fotocopie verso la scuola media, dove sono stata accolta come solo i salvatori della patria vengono accolti. E subito dopo le custodi mi hanno comunicato che era arrivata la ricarica delle fotocopie per Gennaio.
Davanti a sì gran copia di circostanze favorevoli che mi piovono tutto intorno, chi può aver cuore di lamentarsi per un po' di stanchezza o qualche problema di digestione?
Non certo io, che sto pazientemente risparmiando le forze in attesa del ponte elettorale che ci aspetta ai primi di Marzo.
Come ho già scritto, è sempre bene avere qualcosa di piacevole da aspettarsi in tempi brevi, o almeno medi.

domenica 7 gennaio 2018

Di troie e di zoccole parte seconda

Le uniche e vere zoccole di Natale sono, naturalmente, le laboriosissime renne.

All'inizio del 2012 scrissi un post dove riflettevo sulla moderna maniera di usare talune parole di antica e illustre origine.
Da allora il tempo è passato e la lingua si è vieppiù evoluta. Una mattina, per via indiretta e tortuosa, venni a sapere che nella Terza Amichevole Alagna aveva dato di troia ad Angela, che ci era rimasta molto male.
Rimasi perplessa, prima di tutto perché le due erano (e sono poi rimaste) carissime amiche, ma anche perché ai miei tempi, almeno nel mio giro, questo tipo di offese non usava - senza contare che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di rivolgermi ad una amica usando quella parola. 
Ma, mi assicurarono le colleghe, oggi non è così raro.
D'altra parte ognuno è fatto a modo suo e com'è noto la lingua si evolve nella direzione decisa dal parlante: tanto per fare un esempio, quando ero ragazza in Toscana "zoccola" era una parola praticamente sconosciuta.
Avevo giusto avviato le mie usuali lezioni sulle parolacce da non usare in contesti più formali - scoprendo così che maschi e femmine bestemmiavano alla grande ma che per le femmine era considerato più sconveniente.
Mi venne perciò da pensare che forse, più che una lezione dove io insegnavo i giusti costumi secondo cui comportarsi, sarebbe stato il caso di fare una cosiddetta "lezione interattiva", dove sono soprattutto i ragazzi a parlare, onde acculturarmi sugli usi e costumi delle nuove generazioni, più che imporgli modelli magari ormai completamente obsoleti: in fondo, che in contesti ufficiali certe parole non vanno usate in quella classe sembravano tutti saperlo benissimo e dunque battere su quel tasto non sembrava del tutto indispensabile.
Così una mattina profittai di una coppia di ore contigue senza intervallo e dopo aver rapidamente sbrigato un po' di grammatica chiusi con cura la porta e scrissi sulla lavagna a grandi caratteri
PUTTANA
TROIA
ZOCCOLA
poi sedetti in cattedra dicendo "e speriamo che non arrivi la custode con una circolare" - perché è vero che il Vero Insegnante non teme il Ridicolo, ma ugualmente preferivo che non si diffondesse per la scuola a velocità fotonica la notizia che la prof. Murasaki stava sperimentando nuove metodologie didattiche che comprendevano l'uso di parole altamente sconvenienti.

Ebbi fortuna: nessun estraneo arrivò con circolari o avvisi di alcun genere, e la classe godé di una adeguata intimità per il tempo dell'insolita lezione.
"Sono la stessa parola" osservò qualcuno.
"Niente affatto!" ribatté qualcun altro.
"Bene. Chi vuole spiegarmi la differenza?"
Dopo breve discussione risultò che la prima era una indicazione professionale che riguarda una donna che in cambio di prestazioni sessuali prende denaro, mentre la seconda indica una donna che elargisce le sue preferenze senza interesse mercenario e la terza risulta una via di mezzo, nel senso che può indicare l'una o l'altra, ma più raramente è usata come indicazione professionale.
"Sono intese come parole neutre o come insulti?".
A parte la prima, che può essere una semplice constatazione tecnica, la seconda e la terza vengono intese come insulti, mi spiegano.
"E perché?" domando "E' normale che una fanciulla apprezzi la compagnia maschile, no?".
Socrate alza la mano con fare vagamente annoiato "C'è lo stereotipo che per la donna sia una cosa negativa".
Par di capire che lui degli stereotipi ne ha fin sopra i capelli per principio - in effetti è quasi l'unico contributo che darà alla lezione, anche se ascolterà con attenzione. Ma Socrate viene da una famiglia anarchica (anche se ben camuffata) e, come me, funziona a modo suo.
Gli altri, o meglio le altre, perché giunta a questo punto mi par di capire che quegli specifici insulti sono usati soprattutto tra donne, cercano di sviscerare la questione, incalzati da amichevoli domande da parte della professoressa - che in cuor suo ha gli occhi sempre più sgranati.
"Per esempio se una amica si mette con un ragazzo che piace a te".
"Capisco, ma in fondo fa solo quel che vorreste fare voi, giusto?".
"Sì, ma magari non ci pensava nemmeno fin quando non gli hai detto che a te interessava quel ragazzo".
"Beh, comunque non farà tutto da sola, si suppone che anche il ragazzo dia un contributo accettando le sue attenzioni".
Mi assicurano che
1) in quel caso parlano malissimo anche del ragazzo e soprattutto
2) in realtà al parere del ragazzo nessuna mostra di dare molta importanza, considerandolo esclusivamente terreno di caccia.
Resto vieppiù perplessa, perché è un aspetto della questione che non sono abituata a considerare: per il mio candido modo di vedere le cose, il ragazzo reagisce solo se sinceramente interessato; ma sia maschi che femmine sembrano considerare valido il punto di vista delle fanciulle.
Mi espongono poi un ulteriore caso: la ragazza che "si mette troppo in mostra", attirando così l'esclusiva attenzione maschile.
"Ma fa col suo" provo a ribattere "Fa una scelta. Potreste farla anche voi, giusto?".
Scopro così che alcune ragazze, secondo il punto di vista femminile, si espongono troppo, capitalizzando la totale attenzione maschile.
Bene, se non altro questa è una situazione che conosco. Non sono abituata a deprecarla, o almeno non lo farei mai apertamente, ma ricordo benissimo che quando ero giovinetta c'erano fanciulle che sembravano conoscere d'istinto le corde su cui far leva per attrarre l'attenzione maschile - corde che a me mancavano quasi completamente. Ricordo di averle invidiate e talvolta anche ammirate, ma mai disapprovate - più o meno come facevo con chi riusciva a tradurre una frase di greco all'impronta laddove io mi arrabattavo faticosamente e solo con il tempo e molto uso del dizionario ne venivo a capo. Loro potevano, io no e accettavo la cosa con quieta frustrazione.
Sembra però che colei che riesce ad attirare l'attenzione maschile grazie a un trucco e un abbigliamento e a gesti accuratamente ponderati sia da disapprovare.
Perché?
Qui le risposte si fanno confuse, e un po' faticose. Il campo per loro sembra nuovo da razionalizzare.
Perché si prendono un vantaggio sleale. 
Perché si mettono troppo in mostra svalutandosi. 
Perché sembrano dare importanza solo a quello.
Medito se sia il caso di chiedere se dare tanta importanza al fatto di poter esercitare un generico richiamo sessuale sulla popolazione maschile al completo non tradisca secondo loro una certa insicurezza e non sia da compatire come segno di debolezza, ma scarto con decisione la possibilità: vorrebbe dire indirizzare il discorso in una direzione che spontaneamente non avrebbe preso. E io vorrei capire, più che indirizzare.
La conversazione prosegue, fino ad arrivare al momento in cui si parla di quando tali parole si scambiano tra amiche nel corso di un litigio e sono dette con la specifica intenzione di offendere - perché possono essere anche dette in tono scherzoso (?!?); e con grande naturalezza mi raccontano che di recente Angela ha litigato con Alagna chiamandola così, ma Alagna assicura che dopo si sono riconciliate e quindi lei è passata sopra alla cosa perché Angela si è molto scusata. Angela ammette serenamente la sua colpa e dichiara senza cercare scuse di aver sbagliato.
Di nuovo sgrano gli occhioni in cuor mio, perché la faccenda mi era stata raccontata all'opposto, e mi avevano detto che quella offesa era stata Angela. Ma, considero, la cosa mi era stata riferita da adulti, e vai un po' a sapere cosa gli era stato detto o cosa avevano capito.
La conversazione va sfilacciandosi, l'intervallo si avvicina e dichiaro chiusa la seduta, cancellando personalmente le tre parole dalla lavagna.
Solo qualche giorno dopo mi viene in mente un aspetto della questione che non avevo considerato: una volta tanto maschi e femmine si sono confrontati insieme sull'argomento, o per meglio dire i maschi hanno potuto ascoltare con calma e chiarezza il punto di vista femminile spiegato dalle loro compagne.
Ed è possibile che l'abbiano trovato piuttosto interessante.
Quanto a me, un viaggetto nel Paese delle Meraviglie mi ha fatto solo bene.
Potrebbe essere un esperimento da ripetere.

venerdì 5 gennaio 2018

Ruth - Elizabeth Gaskell


Pubblicato nel 1853, Ruth affronta lo spinoso problema della fallen woman - ovvero la donna caduta nel gorgo del peccato.
L'argomento all'epoca era serio: pòle una donna redimersi dal Peccato?
L'Inghilterra vittoriana non ne era affatto convinta, e infatti il libro causò grande scandalo - perché, nel corso del romanzo, Ruth si redime effettivamente dalla sua vita peccaminosa. 
Ma forse sarebbe più esatto dire che viene chiaramente indicato che non aveva una vita peccaminosa da cui redimersi, ed era stata semplicemente una ragazza piuttosto sfortunata capitata nelle mani sbagliate e lasciata troppo sola. L'innocenza, che era stata la vera causa della sua caduta, è anche quella che l'aiuta a mantenere una vita rispettabile. Perché Ruth conduce una vita rispettabile per tutto il tempo del romanzo, tranne nella breve parentesi in cui, con molta innocenza, sceglie una strada che dava buone garanzie di risolversi in un disastro completo.
A questo proposito mi è piaciuta molto la copertina scelta dagli Editori Internazionali riuniti: una innocentissima e un po' stranita Maria accoglie l'annuncio dell'Angelo (che non si vede) in un quadro del 1898 di Henry Ossawa Tanner. C'è stupore, nel suo sguardo, e rassegnazione, ma anche molta, molta innocenza.

Elizabeth Gaskell aveva già trattato l'argomento, con un certo brutale realismo, in Mary Burton, dove uno dei personaggi è appunto una ragazza madre. La sua storia è molto triste: dopo aver perso il bambino (perché non aveva i soldi necessari per curarlo quando si ammala) diventa una prostituta, e beve per "riuscire a sopportare quel che è diventata". Morirà di tisi, e anche di disperazione. Era quella, di solito, la strada delle sedotte e abbandonate. L'amante lasciava qualche soldo e spariva nel nulla. La giovane madre restava da sola con un bambino piccolo e l'universale disapprovazione come unica compagnia.
A Ruth le cose vanno meglio, ma solo perché l'autrice ci mette una buona parola.
E' una ragazza orfana, molto carina - forse sarebbe più esatto definirla senz'altro bella. Del resto, nessuno cercava di mettere nei pasticci una ragazza così-così. Di solito.
Rimasta orfana, Ruth viene affidata a un tutore che la mette a fare l'apprendista in una sartoria e rifiuta di interessarsene oltre. Completamente sola, non ha nessuno che la consiglia. E non ha ancora sedici anni.
Il primo giovane di buona famiglia che la vede non deve darsi molto da fare per impallinarla, complice anche una certa trascuratezza da parte della sua datrice di lavoro. Ruth segue il suo nuovo amico, che glielo chiede in modo così gentile, così rispettoso, così carino... è molto fiduciosa, e all'amore ci crede davvero.
Forse, chissà, ci crede anche il giovin signore, o almeno forse crede di crederci. Difficile a dirsi, perché è un individuo dotato di una superficialità davvero singolare, e di un senso etico ancora più superficiale; ma, del resto, solo un uomo molto superficiale può cacciare una povera ragazza in un pasticcio simile. E insomma tutto finisce come deve finire secondo le regole: qualche soldo (che Ruth rispedirà al mittente) e un bambino in arrivo.
Per fortuna è già entrato in scena un colpo di fortuna di cui poche ragazze nella condizione di Ruth hanno potuto usufruire: un bravo e buon pastore (inteso come sacerdote), che si prende a cuore il suo caso. Lui e la sorella si porteranno a casa la ragazza pur sapendo che è incinta. Raccontano a tutti che è una parente povera, rimasta vedova giovanissima.
L'idea iniziale era di tenerla "per un po'", fin quando Ruth non fosse in grado di mantenersi da sola, ma i tre finiranno per affezionarsi terribilmente, e il bambino darà il colpo di grazia alla situazione.
Perché, in barba a tutti i canoni, il figlio della colpa sopravvive, senza altre difficoltà che qualche malanno tipico dei bambini. Alla fine del romanzo è ancora lì, che gode ottima salute e si accinge ad entrare nel mondo, anzi in tanti fanno a gara per pagargli gli studi.

Diverse regole canoniche vengono violate, ma con molta grazia & discrezione: per esempio per molti mesi Ruth soffrirà crudelmente per l'abbandono e per l'amore tradito, ma lo farà in silenzio, piangendo di nascosto. Imparerà a pentirsi di quel che ha fatto e a considerare tale il suo peccato (pur ricordando che era molto giovane e quasi non sapeva cosa stava facendo). Finirà per curare l'educazione di alcune giovinette assai benestanti con gran soddisfazione della loro famiglia... finché quella impeccabile famiglia, molti anni dopo, non scopre quale orribile serpaccia abbia accolto nel suo seno. A quel punto il discredito si abbatterà crudelmente anche sui suoi benefattori, rei di non avere abbandonato la peccatrice alle conseguenze della sua colpa nonostante sapessero benissimo di quali orribili infamie si fosse macchiata - e che continueranno a non abbandonarla, lei e il figlio della colpa, anche quando l'atroce infamia viene scoperta.
Il lettore comincia così a farsi un sacco di domande sconvenienti non tanto sul fatto che Ruth sia redimibile o meno, ma se in tutto il meccanismo che nella società inglese dell'epoca separa il Vizio dalla Virtù non ci sia qualcosa di orribilmente sbagliato, che finisce col porre in grave pericolo non tanto le anime dei peccatori, quanto quelle dei farisei che si crogiolano beatamente nel loro scandalizzato perbenismo - e che infatti si ritrovano a scoprire con vero orrore che il Nero Vizio può colpire anche loro, senza nemmeno le possibili scusanti dell'ingenuità e dell'amore.
Nonostante l'ostracismo che le cade addosso la peccatrice nuovamente si redime, stavolta in pubblico, davanti a tutta la città, che finisce per coprirla di benedizioni e non più di contumelie. E proprio allora...
Sì, sono d'accordo con Charlotte Bronte, che protestò: il romanzo meritava un lieto fine. Ma Charlotte Bronte aveva una morale tutta sua, che le permetteva di giudicare la società in cui viveva con una lucidità particolare. Elizabeth Gaskell sapeva però di aver tirato la corda più che a sufficienza e il romanzo finisce con una specie di santificazione postuma di Ruth... ma non col finale che la vita avrebbe dovuto assegnare a quella bella e cara signora.
Per il Seduttore, invece, che ricompare un paio di volte nella storia, la punizione invece è crudelissima: non si renderà mai conto davvero di quel che ha fatto e di dove ha sbagliato, anzi fino alla fine è convinto di aver fatto ben più di quel che gli spettava - ma quanto sia in buona fede nel credere questo, naturalmente, non è possibile dire.
Il finale, dunque, sta lì, appiccicato con lo sputo. Credo che Gaskell ne fosse perfettamente consapevole, e lo abbia lasciato così proprio perché al lettore rimanesse un senso di indefinibile disagio, che lo rendesse irritabile e scontento senza capirne le vere ragioni.

Il romanzo è stato di recente ripubblicato da Elliot, non so se con una traduzione nuova. Comunque è caldamente consigliato a chi ama la letteratura vittoriana ma non è troppo interessato... come dire, ai romanzi d'azione. Anche se non mancano i colpi di scena, si tratta di una lettura intimistica e molto accentrata sull'analisi dei sentimenti.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e tranquilla serenità per questo ultimo scorcio dei giorni delle Feste.

mercoledì 3 gennaio 2018

Uscita dall'impasse - una storia molto italiana

Durante le settimane in cui nella nostra scuola le finestre cadevano come petali di rosa strappati da un vento crudele tutte le scuole medie del regno erano parimenti travolte da una ulteriore tempesta: l'angosciosa questione delle uscite dei nostri alunni a fine lezione che, come ho già avuto modo di raccontare tempo fa, infelicitava da tempo la serenità del viver nostro, e di cui sono finalmente riuscita a ricostruire le origini.
Orbene si tratta di tornare indietro nel tempo, e di parecchi anni. Nel 2003 infatti un povero undicenne è rimasto ucciso appunto all'uscita della scuola, travolto da un autobus. I genitori avevano fatto causa alla scuola e al comune. Con i soliti tempi biblici della giustizia italiana era poi arrivata la sentenza, indi la sentenza dell'appello e della cassazione per il penale - e ogni volta la scuola era travolta da nuove raffiche di tempesta; infine, il 19 Settembre 2017, la Corte di Cassazione aveva depositato una ordinanza per il civile che aveva innescato nuovamente il ballo di San Vito a tutto il personale docente e non docente della scuola.
Quel che più incitava al ballo di San Vito era il fatto che l'ordinanza assegnava una parte della responsabilità dell'evento alla scuola e al personale docente che secondo la legge risultava responsabile della sicurezza del ragazzo fino a quando il ragazzo suddetto non fosse stato riconsegnato alla famiglia: risultava insomma che, per quanto alcuni sindacati avessero sostenuto che la legge non era molto chiara, secondo la Corte di Cassazione era chiarissima: sotto i 14 anni un ragazzo è sempre sotto la responsabilità di un adulto e non può essere lasciato da solo perché non è considerato in grado di badarsi nemmeno se va a comprare il latte al negozio all'angolo. 
Naturalmente la legge non è stata formulata in tal modo al precipuo scopo di impedire ai ragazzi sotto i quattordici anni di farsi due passi da soli o con gli amici, e nemmeno per obbligare gli adulti a venirli a prendere ogni mattina all'uscita di scuola; e davvero non c'è il minimo dubbio che se una povera creatura non ancora sbocciata alla giovinezza si ritrova investito da un autobus alla fermata davanti alla scuola c'è stata una notevole mancanza di attenzione nei suoi confronti, davanti alla quale non era legittimo sperare che i genitori si limitassero a dire "Pazienza, chi muore giace e chi vive si darà pace". Invero, le circostanze della vicenda sono state davvero particolari e, a mio avviso, assai difficilmente replicabili (almeno, ci si augura).
Tuttavia i Dirigenti Scolastici han sempre concluso, come un sol uomo/donna, che in base a quella legge sarebbero stati da quel momento ritenuti responsabili di ogni pur minimo danno fosse capitato agli alunni durante il ritorno a casa perché "un tempo i genitori non denunciavano, ma oggi sì" (ma secondo me anche un tempo sarebbe scattata la denuncia da parte delle famiglie che si fossero viste il figlio investito da un bus).

E dunque cosa hanno fatto, questi preoccuposi Dirigenti Scolastici?
Di solito sono partiti tentando di convincere gli insegnanti a riconsegnare gli alunni uno per uno ai genitori, che dovevano venire a riprendere la prole ogni santo giorno, come veniva fatto per le scuole elementari (anche se in verità alcune scuole elementari cessano questa usanza già in quarta, se richiesti dai genitori).
Davanti alle insurrezioni di insegnanti, genitori e alunni hanno poi compilato delle liberatorie, tante liberatorie, di tutti i tipi: liberatorie sintetiche, liberatorie che si perdevano in dotti riferimenti legali, liberatorie fluviali che insistevano sulla capacità che i genitori riconoscevano al figlio di tornare a casa da solo, liberatorie arricchite da squarci lirici sul Patto Educativo di Corresponsabilità... ma tutte col tratto comune di non servire assolutamente a nulla, una volta portate in tribunale - insomma, liberatorie che non liberavano alcuno da veruna responsabilità. Cosa che tutti sapevamo, tra l'altro, anche se facevamo finta di niente.

Per quanto ne so, a nessuno di questi Dirigenti Spaventati è venuto in mente di presentare memorie, istanze, ricorsi, querele, lamentele collettive al Ministero dell'Istruzione chiedendo di avere istruzioni precise o, meglio ancora, che la legge venisse cambiata, insistendo a gran voce e rompendo a tal punto le palle ai loro superiori che alla fine questi si sentissero obbligati a intervenire. Mai.

Nemmeno questa volta è successo, e tuttavia la questione si è risolta, quasi da sola.
Perché, spontaneamente, è intervenuto Qualcuno dalle Alte Sfere.
Matteo Renzi, ex Presidente del Consiglio e segretario del partito di maggioranza del governo. Renzi è abbastanza giovane da avere dei figli in età scolare, che frequentano la scuola pubblica, e la questione è dunque arrivata fino alle sue orecchie, e se l'è presa a cuore.
La gran parte dei politici delle Alte Sfere di questa Angosciosa Vicenda non sapeva assolutamente nulla - cosa è abbastanza comprensibile, perché sono abituati a trattare questioni diverse e su più vasta scala.
I problemi spiccioli andrebbero gestiti a livello più basso, giusto?
La scuola ha una struttura abbastanza complessa: ci sono i Dirigenti Scolastici, i Provveditorati, il Ministero dell'Istruzione - che vengono pagati appunto per badare alla scuola in tutti i suoi piccoli dettagli. Non è che puoi sempre stare a sperare che un caso fortunato porti all'orecchio di Qualcuno in Alto un problema di questo tipo, che alla fine riguarda un determinato ordine di scuola e una determinata categoria di alunni.

Comunque sia, Matteo Renzi ha preso in mano la questione e ha fatto quel che sarebbe spettato a suo tempo ai Dirigenti Scolastici e al Ministero: ha proposto di ritoccare la legge. 
Si trattava di una classica Questione Trasversale, dove nessuno aveva interesse a mettere impedimenti di sorta. La legge è stata ritoccata, e il ritocco è finito nel Gran Calderone della legge finanziaria di quest'anno. E' passato senza colpo ferire. Nessun deputato, nessun senatore e nessun movimento politico ha trovato qualcosa da ridire. 
Adesso noi insegnanti delle medie siamo di nuovo liberi cittadini e i nostri alunni possono tornare a casa a piedi con i compagni, apertamente e alla luce del sole, senza che qualcuno possa accusarci di incuria e straccuraggine (anche se qualcuno sostiene, probabilmente non a torto, che la nuova soluzione lascia spazio a diverse ambiguità).

In teoria dunque è andata a finire bene. In pratica è andata a finire bene non perché la scuola ha fatto il suo dovere, perseguendo onestamente i suoi interessi per le vie legali a ciò preposte, ma solo perché per un caso fortunato Qualcuno nelle Alte Sfere ha avuto compassione dell'imbranataggine delle strutture scolastiche e della loro cronica incapacità di badarsi autonomamente.
Il Qualcuno in questione però non era tenuto a farlo. Quel che ha fatto non spettava al governo né alla direzione di un grande partito. Spettava ad altri, e questi "altri" nel corso dei molti anni in cui questa vicenda ha turbato i sonni inquieti del personale delle scuole medie non hanno minimamente cercato di fare quel che era loro dovere, ovvero presentare con forza il problema a chi doveva badarlo ed anzi era pagato per questo.

Una storia molto italiana, insomma: incasina quanto puoi e spera in un colpo di fortuna, ma non cercare mai e poi mai di affrontare un problema in modo razionale.

domenica 31 dicembre 2017

Aspettando il 2018

E' la notte del passaggio.
Si raccoglie il vischio per i sacri riti, godendosi l'ultimo nevischio dell'anno che se ne va e la prima luna dell'anno che arriva, in compagnia di un giovane draghetto che ha voglia di giocare.

La scuola con le finestre che ridono (un nuovo racconto dell'orrore, a rischio splatter)

A scuola le nostre finestre non sono esattamente così. No, esse non lo sono.

Da poco più di tre anni alla scuola di St. Mary Mead abbiamo cambiato buona parte degli infissi, come ho già avuto occasione di raccontare. Da allora la situazione si è molto evoluta: perché, com'è noto, ci si può evolvere in meglio ma anche molto in peggio e il nostro peggio al momento ha raggiunto posizioni invero assai notevoli.
Partiamo dalle buone notizie: le porte non chiudono granché bene, qualche volta ci vogliono due o tre tentativi per far scattare la chiusura, ma in compenso si aprono senza problemi e restano saldamente attaccate sui loro cardini; qualcuno potrebbe non considerarlo un gran titolo di merito, ma chi vive nella scuola sa che può succedere ben di peggio, come io stessa ho avuto modo di sperimentare in tempi non lontani.
La situazione delle finestre invece si può classificare come "pessima" senza alcun timore di essere accusati di drammatizzare.
Esse finestre infatti non chiudono. Non sempre. Anzi, tendono ad aprirsi a sproposito.
Per questo motivo il Comune, dopo apposito sopralluogo, ha deciso di chiuderle... col nastro adesivo. No, non lo scotch che usiamo di solito per riparare le pagine strappate, bensì un robusto nastro adesivo; per quello che può essere robusto un nastro adesivo, si capisce; e quando il robusto nastro adesivo è finito, si è rimediato con del nastro-carta. Giuro che non sto scherzando. 
Nastro adesivo per fermare grosse finestre a doppi vetri di una singolare pesantezza.
Il tutto nelle settimane in cui tutte le scuole si facevano mostruose seghe mentali doppie e carpiate sul Grave Problema della Responsabilità Penale delle Scuole al Momento dell'Uscita degli Alunni.

A Novembre, nella valle di St. Mary Mead, ha tirato vento. 
Non la bora triestina, non un vento siberiano a più di cento chilometri all'ora. Non ci sono state macchine rovesciate o motorini strappati ai loro parcheggi che vagavano in libertà, né tetti scoperchiati o tegole in caduta libera; solo un robusto vento, da allarme giallo. Tuttavia il vento da allarme giallo, pur non scoperchiando tetti né provocando particolari tragedie (per fortuna di tutti) ha avuto facilmente vittoria del robusto nastro adesivo. Così le finestre hanno cominciato ad aprirsi da sole, senza preavviso.
E' pericolosa una finestra che si apre all'improvviso in una classe mediamente affollata?
Certo che è pericoloso, che domande. E così, nel giro di tre giorni, tre classi in tre momenti diversi hanno potuto provare l'emozione di una finestra che si è spalancata senza preavviso rischiando di falciare l'alunno che stazionava nel banco lì vicino.
Per fortuna i tre singoli alunni hanno mostrato sufficiente prontezza di riflessi da fermare la finestra prima che facesse loro danno. I tre insegnanti presenti in quel momento a fare la loro doverosa lezione sono dimagriti ognuno di svariati chili e hanno cominciato a tempestare il Comune di fax con dettagliati resoconti. 
La Responsabile della Sicurezza, che non è mai stata persona usa a sedersi in un angolo mormorando in tono fatalista "si sa che siamo tutti nelle mani d'Iddio" già da tempo tempestava a sua volta il Comune di dettagliati resoconti e allarmistiche previsioni. D'altra parte, si sa, quando l'acqua dell'Arno arriva alle spallette dell'argine e il cielo promette grandi temporali siamo tutti buoni a predire alluvioni anche senza un M.A.G.O. in Divinazione.
Dal Comune sono venuti più volte a fare sopralluoghi e hanno spiegato che "non ci sono soldi per le riparazioni". E hanno continuato a chiudere le finestre col nastro adesivo, mentre la Dirigenza e la Sicurezza continuavano a tempestare di telefonate, fino a spiegare in tono scocciato "Oh insomma, se non ci sono soldi non ci sono soldi, lo volete capire?".
E' partita formale denuncia, si capisce.
Infine, in un giorno senza vento, la Terza Amichevole è andata a fare la sua regolare lezione di Musica nell'Aula di Musica, che gode dell'ammirevole vantaggio di avere ancora i vecchi infissi.
Al suo ritorno Catone ha trovato il suo banco coperto da una finestra che si è staccata dall'unico cardine che teneva ancora (per pura forza d'inerzia, evidentemente. Ma si sa che anche la forza d'inerzia ha i suoi limiti).
La finestra è stata faticosamente rimontata e fermata con un banco sopra il banco di Catone (che si è spostato al capo opposto della classe. Solo che la classe non è molto grande, e se spostiamo gli allievi lontano dalle finestre... non siamo in condizioni di sicurezza. Vabbé, al momento questo sembrerebbe il minore dei nostri problemi.
Stavolta il Comune ha dovuto darsi una svegliata, anche perché il giorno dopo la prof Casini si è trovata casualmente a fermare con le nude mani una ulteriore finestra, in una ulteriore aula, che stava per sedersi a sua volta su un altro alunno, senza alcun preavviso né folata di vento che offrisse una pur parziale giustifica.
Sono venuti due operai e hanno piombato la finestra, bloccandola con una piastrina di alluminio imbullettata. In quel momento ero in classe e la mia mente, ormai stabilmente innestata sul programma di Terza, è volata spontaneamente ai vagoni piombati del bel tempo delle deportazioni. Sono riuscita a stare zitta perché l'insieme era abbastanza lugubre anche così.
Non so e non voglio sapere cosa hanno fatto con la finestra staccata nell'altra classe - ma immagino che avranno piombato anche quella con una piastrina di alluminio.

La ditta dovrebbe provvedere alle regolari riparazioni. Ma la ditta è fallita da diversi anni (cosa non del tutto sorprendente) e quindi rivalersi su di lei sembra abbastanza complesso.
Al momento siamo qui, con le nostre finestre rotte e bloccate con il robusto nastro adesivo o con le piastrine di alluminio e le aule completamente fuori norma.
Misteriosamente i Genitori, quella misteriosa entità sempre pronta a protestare contro il sovraccarico dei compiti a casa, non hanno ancora demolito il comune pezzo a pezzo per poi ballare danze demoniache sulle ossa degli addetti alla sicurezza nelle scuole. Va detto che a St. Mary Mead i genitori protestano molto di rado e assai raramente si lamentano persino del sovraccarico dei compiti a casa; solo la Cleptomane riuscì a smuoverli in qualche raro caso dalla loro paciosa accettazione dei casi della vita; e tuttavia mi è capitato di desiderarli un po' più disponibili alla protesta, a costo di vedermi criticata perché assegno troppi compiti a casa: sono sempre pronta a confrontarmi con l'utenza, o almeno così mi piace immaginarmi, ma vorrei tanto lavorare in condizioni che mi garantiscano la ragionevole certezza di riconsegnare i miei alunni in buona salute come l'ho trovati entrando in aula - un punto di vista, questo, che mi risulta in assoluta sintonia con la totalità del corpo insegnanti della scuola e pure degli ATA, ovvero i bidelli.

Con questo lugubre e sconsolato post chiudo il 2017, augurandomi che l'apertura del bilancio del 2018 metta il Comune in grado di provvedere alla questione - anche se in cuor mio ritengo che qualche soldo per quelle cazzo di finestre si sarebbe pure potuto trovare anche a fine anno, in un ente non commissariato per pesanti deficit né, per quel che ci risulta, spaventosamente povero.
In God We Trust.

venerdì 29 dicembre 2017

Hortodoxa - Sull'insulso, tronfio e tossico cattivismo rispetto al modesto, operoso e utile Buonismo

L'orfanello più famoso della letteratura contemporanea al suo primo, vero Natale.
E' abbastanza diabetico così?
Negli ultimi anni è andata affermandosi una nuova parola, usata come Insulto Definitivo in qualsiasi discussione in rete (nella cosiddetta Real Life è molto meno abusata, almeno nel contesto di decorosa civiltà dove ho il piacere di vivere): buonismo
Il fatto che si tratti di un insulto orribile, di quelli da lavare col sangue, che al confronto attribuire il meretricio a tua madre è robetta da nulla, non ne limita in alcun modo l'uso, anzi in molti si sentono vieppiù esaltati e realizzati quanto più largamente lo usano. E infatti grandissima è la frequenza con cui questa sventurata parola è usata abitualmente.
Ci sono anche svariate sottocategorie di buonisti: abbiamo perciò i buonisti con il portafogli a destra, i buonisti con l'attico in piazza Navona (moltissimi, a quel che sembra, nonostante il buonsensismo potrebbe magari portare a immaginare che, per banali motivi logistici, gli attici in piazza Navona dovrebbero essere in numero piuttosto limitato) e, freschissimi delle ultime settimane, i buonisti col Rolex - e qui devo essere rimasta parecchio indietro perché ricordo che il Rolex era uno status symbol quando facevo il liceo, ma da allora in tanti avevano ripiegato sugli Swatch o affini; ammetto però di non aver mai seguito con troppa attenzione le vicissitudini orologistiche della moda.

Essere definiti buonisti è molto facile: è sufficiente infatti
- mostrare una pur tenue disposizione favorevole verso una legge che conceda la cittadinanza italiana ai figli di stranieri nati e cresciuti in Italia (sì, quelli che mi ritrovo sui banchi di scuola tutte le mattine. Quelli che, grazie alla legge Bossi-Fini spariscono dai quattordici ai diciotto anni, dopo essere stati tutelati fino ai quattordici, e che devono comunque rinnovare il permesso di soggiorno ogni anno)
- mostrare una blanda disposizione a non prendere a sassate il primo musulmano che incontri per strada
- chiedere un trattamento umano per i detenuti (quello che la legge italiana in effetti gli garantirebbe, pur non dandoglielo nei fatti) italiani o stranieri che siano
- far trapelare un certo rincrescimento, anche superficiale, per chi affoga nel Mediterraneo mentre cerca di attraccare in un qualche porto viaggiando su una carretta (non so che farci, a me non piacerebbe morire annegata, o veder morire annegati i miei genitori o figli)
- mostrare una pur blanda propensione all'accoglienza dei profughi
- approvare, sia pure in misura moderata, quei politici o forze politiche che chiedono che l'accoglienza dei profughi stranieri sia gestita con un certo garbaccio
- mostrare una certa diffidenza verso le teorie che ritengono che il colore della pelle renda automaticamente un individuo migliore o peggiore di un altro
- considerare cittadini italiani anche quegli individui che all'apparenza non sembrano discendere dal più puro ceppo longobardo ma che ciò nonostante all'anagrafe risultino effettivamente cittadini italiani
- non mostrare una viscerale avversione verso l'Unione Europea.
Ricordo che un tempo erano buonisti anche quelli che si opponevano alle due guerre del Golfo. In quegli anni però era usato soprattutto l'insulto pacifista.

Una volta schedati tra i buonisti, automaticamente ne consegue che costoro sono i diretti responsabili di:
- qualsivoglia forma di immigrazione in cui il barcone non è stato preso a cannonate prima di approdare sulle italiche coste (il che, con le attuali leggi internazionali, non è proprio un caso comunissimo. Per fortuna, aggiungo molto buonisticamente)
- qualsiasi reato commesso da qualsivoglia immigrato purché di pelle scura (un tempo questo riguardava anche romeni e albanesi, poi qualcuno si è accorto che erano bianchi di pelle e questo pare avere cambiato tutto)
- qualsiasi attentato gestito dal terrorismo internazionale, indipendentemente dal paese in cui è avvenuto - soprattutto in virtù dell'esibizione di gessetti colorati (che, mi dicono, sui terroristi hanno più o meno lo stesso effetto dei drappi rossi con i tori imbizzarriti incitandoli a commettere vieppiù atti terroristici)
- qualsiasi malattia infettiva sia in circolazione
- qualsiasi forma di miseria o disagio economico, sociale, esistenziale e culturale in cui per sua sventura incappi un italiano bianco
e infine, misteriosamente, anche
- la lentezza della ricostruzione nei paesi terremotati del centro Italia.

Tutto ciò è piuttosto stupido e non varrebbe nemmeno la pena parlarne se non per una piccola questione semantica che mi colpisce dolorosamente ogni volta: in che modo essere di tendenza buoni, accoglienti, inclusivi o anche semplicemente educati e non fare troppi discorsi a cazzo* deve essere considerato un insulto sanguinoso che fa di te un reietto invece di un cittadino che si sforza di tener fede alla costituzione e di coltivare in cuor suo pensieri non troppo malevoli verso l'umanità?
Essere buoni, almeno di tendenza, dovrebbe essere un pregio. Un mondo rovinato da un eccesso di bontà e di gentilezza non mi risulta - e, soprattutto, quand'anche risultasse, non mi sembra proprio un pericolo alle porte: non viviamo certo circondati da continui eccessi di bontà e anzi l'attuale papa si lamenta spesso di questo, mi pare non senza qualche ragione; e benché costui abbia ai miei occhi il difetto basilare di essere cattolico (per quanto un cattolico figlio del Vaticano II e quindi non necessariamente malvagio), purtuttavia quando dice che fuori piove e fuori sta effettivamente piovendo, non posso che convenire con lui e cercare un ombrello se mi tocca uscire.

Io sono buonista fin nelle barbe. Potrei difendermi ricorrendo a sofismi del tipo "la responsabilità è individuale", "la gente non va giudicata a categorie", "siamo tutti esseri umani" e simili. Ma non amo ricorrere a questi arzigogoli e mi dichiaro senz'altro buonista senza ulteriori infingimenti. Non possiedo Rolex, il portafogli lo tengo in borsa (e la borsa la porto dalla parte sinistra) e di un attico in piazza Navona non saprei che farmene a parte rivenderlo al primo buonista che trovo (ma, garantisco, a prezzo di mercato e senza sconti) e comunque col cavalo che me ne hanno mai offerto uno.
Ciò nonostante sono buonista, anche se mi dispiace molto per i terremotati che stan lì a candire da più di un anno, e per le vittime del terrorismo e per chi annega nel Medieterraneo (ma anche per chi annega altrove o muore in guerra o simili).
Ammetto il mio buonismo senza remore e senza scuse.
Soltanto, non riesco proprio a vederlo come un difetto. Addirittura, lo trovo uno dei tratti più decorosi in un carattere non sempre mitissimo: essere cattivista mi dispiacerebbe moltissimo - o almeno, se lo fossi, vorrei avere la forza morale di riconoscermelo come un difetto.

Siccome tra le tante critiche rivolte ai buonisti per il momento l'attaccamento ai gatti non è (ancora) stato preso in considerazione, ne approfitto per chiudere con un immagine eccezionalmente diabetica di gattini di Natale:
augurandomi che il diabete (una delle poche malattie al momento di cui i buonisti non sono incolpati) abbia pietà dei miei lettori.
Che lo zucchero filato sia con tutti voi!

* senza offesa per il cazzo, è solo un modo di dire