Il mio blog preferito

sabato 16 dicembre 2017

Di letture per maschietti e di letture per femminucce

Natale si avvicina e il computer fa i dispetti

In questi giorni caotici, inciamposi, aggrovigliati e vieppiù complicati ad ogni sorger del sole da nuove mattane delle attrezzature informatiche di casa, Kukuviza, amabile lurker mai finora comparsa su questi schermi e a me sconosciutissima, ma tenutaria di un blog chiamato CineCivetta che si occupa (strano ma vero) in prevalenza di cinema, mi ha insignita con parole davvero lusinghiere del premio Boomstick Award 2017 insieme ad altri sei stimabili blogger a me altrettanto sconosciuti.
Così, invece di correggere le verifiche sull'Inno di Mameli o dare gli ultimi tocchi (le ultime decine di tocchi, intendo) all'albero di Natale e addobbare la casa, mi sono messa a navigare tra i giocattolini nuovi spiluccando qua e là. E quasi subito, nel blog di tale Pennablu ho trovato un post dedicato alla Grande Domanda: Perché gli uomini non leggono?, arricchito per giunta da ben 124 commenti non uno dei quali mi ha convinto. Del resto, anche se molti commentatori sono uomini, fanno parte della categoria di uomini che leggono parecchio, e dunque sono tra i meno adatti a capire il fenomeno.
E son qui che medito, e tanto ho meditato che ci faccio sopra un post - del tutto privo di risposte alla Grande Domanda, peraltro. Ma d'altra parte l'argomento mi sta a cuore non solo come insegnante di Lettere, ma anche come bibliotecaria.
Prima considerazione: nel post vengono esaminate le statistiche italiane degli ultimi anni. Dunque la domanda, formulata più esattamente, sarebbe "Perché al momento le donne italiane leggono molto più degli uomini?". Non so come funziona all'estero. Ad ogni modo io insegno in Italia e anche la piccola biblioteca scolastica che sto costruendo riguarda soprattutto lettori italiani, o lettori stranieri che conoscono bene l'italiano. Magari in Turchia o in Germania le cose sono diversissime, vai a sapere.
Seconda considerazione: per leggere occorre prima di tutto saper leggere. Questa, in Italia, è una conquista piuttosto recente. Guardare le statistiche sull'analfabetismo quando l'Italia era appena nata è un esercizio agghiacciante, soprattutto considerando che i paesi a noi vicini erano decisamente più avanzati sotto questo aspetto.
Il percorso di alfabetizzazione degli italiani è stato lungo e doloroso, e tuttora è ben lungi dall'essere concluso (molti parlano di analfabetismo di ritorno, ma personalmente sospetto che in Italia siamo ancora a quello di andata). Per le donne l'istruzione è arrivata in ritardo rispetto agli uomini: di tendenza se non c'erano soldi per far studiare tutti studiavano solo i maschi e le femmine si fermavano molto prima.
Naturalmente le donne delle classi alte hanno sempre studiato, a partire dal Quattro-Cinquecento, anche se di solito lo facevano a casa (più spesso nel palazzo di famiglia) e più avanti in convento. E ancor più naturalmente ai seminari per preti avevano accesso solo i giovinetti: le giovinette povere, per quanto brave e meritevoli, restavano a sguazzare nella loro ignoranza.
Ma nonostante questo grosso distacco di partenza, oggi le donne leggono molto più degli uomini, in Italia - cosa facilmente verificabile nel più empirico dei modi in tram, in metropolitana, in treno, nei bar o sulle panchine dei giardini pubblici o anche iscrivendosi a un qualsiasi circolo di lettura.
Cosa leggono le donne? 
Secondo la vulgata leggono soprattutto romanzi.
La cosa ha antiche radici: il romanzo, anche nelle sue forme più antiche (ad esempio i monogatari della letteratura hejan del X-XI secolo, di cui sono una delle massime esponenti) è nato per essere letto da donne. Il romanzo come lo conosciamo oggi - una storia borghese destinata a culminare in uno o più matrimoni o unioni stabili, oppure in tragiche morti causate dall'amore, anche se magari parla anche di moltissime altre cose - curiosamente è nato proprio nel momento in cui l'istruzione femminile ha cominciato a diffondersi, verso la fine del Settecento. La cameriera con un romanzo in tasca da leggere nei momenti liberi (da cui Stendhal sperava con ragione di essere letto) è figlia appunto di quella società, e anzi il fatto che le ragazze leggessero tanti romanzi era vista con una certa preoccupazione dagli educatori, che avrebbero preferito vedergli in mano qualche raccolta di sermoni (ma speravano invano). Comunque i romanzi erano letti anche dagli uomini, che del resto in gran parte li scrivevano pure.

In realtà le donne non leggono solo romanzi: leggono anche libri di storia, di letteratura, autobiografie al femminile, biografie varie, testi di psicologia più o meno spicciola e di antropologia, racconti di viaggi. Storie, insomma. E libri di studio legati ai loro corsi universitari, naturalmente - che guarda caso di solito sono a indirizzo storico-letterario.
Quante donne conosciamo che tengono in casa scaffalate di libri sull'evoluzione, la biologia, la composizione dell'atomo e delle stelle, la chimica e la diffusione del suono?
Beh, probabilmente non conosciamo nemmeno tanti uomini che nel tempo libero si istruiscono su questi argomenti, e di solito alle spalle c'è un bel corso di studi su queste affascinanti tematiche e un deciso interesse che si è palesato sin dalla più tenera età.

I 124 commenti sembravano ignorare completamente la questione del genere e dei condizionamenti femminili. A torto o a ragione?
Sta di fatto che, al momento, la lettura sembra "una roba da ragazze". Ma non tutta la lettura: principalmente la narrativa.
Per natura e per convinzione non sono molto portata a credere che gli uomini siano "più concreti", "più fisici" o "più interessati allo sport", e anche la teoria sulle due parti del cervello (con le donne più portate all'empatia e all'immaginazione) mi ha sempre convinto molto poco: senza una tendenza assai spiccata all'empatia e all'immaginazione l'umanità sarebbe ancora nelle caverne a mangiare vermi crudi, e la gran parte della letteratura, anche narrativa, è stata scritta da uomini e promossa da agenti letterari uomini nonché pubblicata da editori uomini e letta da uomini - anche perché per molto tempo sono stati solo gli uomini ad occuparsene, e perfino ai giorni nostri J.K. Rowling ha preferito pubblicare sotto un nome che poteva essere maschile; d'altra parte il condizionamento che spinge le femminucce, fin dalla più tenera età, a concentrarsi sulla sfera affettiva piuttosto che su quella scientifica è talmente forte e permea talmente la nostra cultura che non viene nemmeno notato - ma sappiamo tutti che quando arriva il momento della scelta della scuola superiore le fanciulline volano a stormi verso gli studi umanistici e linguistici mentre i fanciullini prediligono gli studi informatici e meccanici - e a quel punto il destino è già segnato.

E veniamo alla mia piccola biblioteca scolastica. 
Un bel giorno, ai tempi del primo #ioleggoperché, qualcuno scrisse che l'iniziativa era troppo sbilanciata verso la narrativa, ma che molti leggevano anche altre cose
Quell'osservazione dall'apparenza tanto banale mi colpì profondamente, come una totale novità.
Mi feci un severo esame di coscienza, guardai la biblioteca e conclusi che così non andava: ci volevano anche le altre cose, oltre a una ragionata selezione di testi letterari.
Così comincia a cercare le altre cose: testi di divulgazione scientifica, prima di tutto, libri di giochi matematici, biologia, fumetti, nonché quei libri misti a metà tra fumetti e racconti che adesso vanno tanto di moda. Spulciai cataloghi editoriali, spronai i librai della Mostra del Libro, feci lunghi sopralluoghi in libreria, chiesi bibliografie ai colleghi di tutte le materie. Col tempo e la pazienza e i pochi soldi a disposizione ho messo su un rispettabile scaffale scientifico, avviato uno tecnico eccetera eccetera. Sta pure arrivando qualche fumetto e qualche libro disegnato, qualche piccolo testo di economia e stilo regolarmente lunghe liste di desiderata da procurarmi in un modo o nell'altro.
Quel po' che sono riuscita a comprare va via come il pane... ma lo prendono solo i maschi. Le grandi frequentatrici della biblioteca sono soprattutto femmine, che escono regolarmente dalla stanza con tre o quattro libri per volta, fanno il passaparola, commentano e discutono, si consigliano tra loro; ma non ho ancora avuto il piacere di vedere nessuna di loro uscire dalla stanza con un testo delle Brutte Scienze o le vicende romanzate di Einstain e le sue avventure con i quanti. Mai. E non perché li prendano quando c'è l'altra bibliotecaria, perché il programmino che gestisce il prestito mi permette di vedere quando voglio chi ha preso che cosa.

Non dico nulla, si capisce: la biblioteca è un servizio  e il lettore ha sempre ragione, come ogni cliente che si rispetti. Altri insegnanti di Lettere intervengono sulle scelte, io sinceramente preferirei farmi tagliare la lingua. Del resto sono sempre stata una lettrice forte, in teoria onnivora, ma ricordo benissimo che mai e poi mai mi sarebbe passato per l'anticamera del cervello a quell'età di leggere altro che narrativa - e anche dopo, dei pochi libri scientifici che ho letto sono debitrice soprattutto alle amiche e colleghe che avevano fatto studi scientifici. D'altra parte il mio è stato un percorso di studi umanistici, culminato con una bella laurea in storia della letteratura - in latino medievale, d'accordo, ma pur sempre letteratura.
C'è stato un condizionamento su di me?
Pòle essere, ma è stato un condizionamento che ho finito per assorbire con tutte le fibre del mio essere. Beh, diciamo che in ogni caso c'era comunque una certa propensione di base. Almeno credo.

Concludendo: le donne italiane leggono di più, e leggono soprattutto narrativa. D'altra parte tutto intorno a loro (=noi) dichiara che la narrativa è roba da donne, e gli uomini che se ne impicciano troppo sono quantomeno un po' originali - anche se a qualcuno di loro non importa né tanto né poco essere definito originale e legge comunque quel che gli pare senza curarsi di quel che pensano gli altri.
Alla base di tutto questo c'è un condizionamento?
Si accettano ipotesi, casomai qualcuno desiderasse prendersi a cuore la questione.

venerdì 8 dicembre 2017

Stardust - Neil Gaiman

La copertina ha indubbiamente un suo fascino, con quel bel portale chiuso, quasi sigillato dai rampicanti. Peccato che nel libro ci sia sì un portale, e abbia anche una notevole importanza nell'intreccio, ma sia di aspetto completamente diverso.
Il portale è aperto, sempre.
Che si possa varcarlo è tutt'altra questione.

Siamo in un paesello, il solito tranquillo e operoso paesello inglese di campagna di metà Ottocento. Il paese si chiama Wall, ed è caratterizzato da un grande muro che ha una sola apertura, dalla quale si intravede un grande prato verde, poi un ruscello, poi degli alberi.
Davanti al varco ci sono, sempre, due guardiani. I maschi adulti del paese fanno i turni e sorvegliano l'entrata giorno e notte. Solo una volta ogni nove anni non ci sono guardiani, e il paese può partecipare alla grande fiera che si tiene di là dal muro.
Il varco è un portale che si apre su Faerie, il mondo incantato. Per i comuni mortali è pericoloso entrarvi, salvo quell'unico giorno ogni nove anni - e anche quell'unico giorno, quando il paese di Wall è invaso da mercanti decisamente insoliti che vengono ospitati un po' da tutti gli abitanti, entrarci può avere le sue conseguenze.
Così avviene che Dunstan, un giovane senza particolari fantasie per la testa (o forse sì?) abbia un avventura con una bella ragazza bruna incatenata con una catena all'apparenza d'argento ma fatta in realtà di tutt'altro, prigioniera di una vecchia strega. E che nove mesi dopo quell'avventura, quando ormai il ragazzo ha sposato una rispettabilissima fanciulla del villaggio, davanti al muro appaia una cesta con un neonato che è suo figlio Tristran.
La rispettabilissima moglie di Dunstan cresce Tristran come se fosse suo e al bambino non viene detto niente sulle sue origini. Qualche occasionali crisi di  inquietudine passa senza lasciargli troppe domande.
Il giorno della sua prima fiera, quando ha otto anni e poco più, viene mandato in visita da lontani parenti e non varca il muro. Ma quando, a diciassette anni, promette alla ragazza di cui è innamorato di portarle una stella appena caduta dal cielo, suo padre lo accompagna al muro e i guardiani lo fanno passare senza far storie.
Tristran entra così a Faerie senza sapere di stare in realtà tornando a casa, solo consapevole che si tratta di un mondo strano. Naturalmente lo aspetta una partita assai complessa dove unicorni, alberi incantati e preveggenti, streghe pericolosissime e trasformazioni di tutti i tipi lo aspettano - per tacere della stella, che sarà facilissimo trovare ma molto più complicato mantenere in buono stato. Ma il vero incanto del libro non è solo la bella e complessa favola che vivrà, con tutto il suo corollario di avventure e relativo percorso di formazione: una volta tanto abbiamo una vera descrizione di Faerie, che finalmente si rivela un posto dove i vari abitanti non si limitano a organizzare feste magiche per fregare il malcapitato mortale di turno, ma vivono la loro vita e financo la loro morte secondo leggi talvolta simili e talvolta opposte a quelle che regolano il nostro mondo, e comprendiamo la malinconia e lo struggimento di chi l'ha visto e come sia difficile tornare indietro.
Del resto, non sempre è necessario tornare indietro.

Consigliato a tutti gli amanti del genere e anche a a quelli che, finita la prima lettura del Signore degli Anelli, cercano "qualcosa di simile". Non è affatto simile ma, come dire, c'è un sottofondo della stessa sostanza.
Ne hanno tratto un film, ma dice che è abbastanza diverso.

Con questo post in un certo senso vagamente natalizio partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, con i soliti e doverosi auguri di buone letture a tutti ma ben consapevole che questo lungo fine settimana sarà dedicato soprattutto ad alberi, decorazioni, acquisti & affini - tranne da chi, come me, ha un gentile raffreddore che lo tiene a letto con un buon libro.

martedì 5 dicembre 2017

Io e l'Islam (post a bassissimo contenuto religioso)

Studiosi islamici al lavoro nell'osservatorio di Taqi-al-din
Premetto che, da brava medievista, sono cresciuta nella convinzione che l'astronomia islamica, la scienza islamica, la medicina islamica, la storiorafia islamica, l'architettura  islamica eccetera eccetera eccetera fossero assolutamente superiori alle loro controparti occidentali nell'alto medievo (anche se dopo il Mille almeno per quel che riguarda l'architettura ricominciammo a farci valere pure noi). Non è questione di esterofilia o campanilismo alla rovescia, l'è proprio un dato di fatto e non c'è nulla da fare se non ingoiare dinitosamente il rospo: in occidente eravamo molto ma molto inferiori, per quanto indubbiamente ricchi di numerosissime potenzialità, all'epoca ancora molto, molto potenziali.
Detto questo, la religione islamica non mi ha mai particolarmente entusiasmato, e nemmeno quella cristiana e neppure quella ebraica. Massimo rispetto per chi le pratica, si capisce, ma proprio non è pane per i miei denti. Leggo più volentieri la Bibbia del Corano, ma credo sia solo una questione narrativa: nel Corano si salta sempre di palo in frasca, nella Bibbia c'è un certo filo conduttore.
Quando ho cominciato a insegnare tuttavia si stava già profilando all'orizzonte lo spettro del Conflitto di Civiltà - altro argomento che mi ha sempre lasciato molto freddina, perché comunque vada ammazzare la gente senza un perché non mi è mai sembrato sintomo di soverchia civiltà, chiunque lo faccia.
E ho molto deprecato entrambe le ultime due guerre del Golfo, anche per l'immane casino che evidentemente si sarebbero (e si sono) portate dietro - e perché sentir parlare di Guerra Giusta mi ha sempre dato una certa orticaria: in cuor mio l'unica guerra giustificabile è quella che fai per difenderti se ti attaccano, tutto il resto è solo ciarpame da propaganda.
E ho fatto pure una tesi che riguardava indirettamente le Crociate e dunque so un sacco di cose sull'argomento, soprattutto da parte cristiana. Ma non mi sono mai sentita molto in colpa per le Crociate, perché a parte la prima le abbiamo perse tutte - giustamente, perché erano preparate molto male e condotte peggio.

Ben presto mi ritrovai con i primi alunni islamici in classe.
Come regolarmi con loro, in un pazzo mondo che pretende che siano tutti terroristi in erba, o almeno in nuce?
La scuola è una piccola isola tranquilla, in generale. Non importa se il tuo insegnante è cattolico praticante o buddista o agnostico, di solito per lui sei soltanto un alunno, giovine creatura implume da badare con gran cura anche se a volte un pochino esasperante.
Se poi sei una giovane creatura implume lontano da casa, con genitori che parlano una lingua diversa e che affrontano un sacco di problemi perché sono stranieri, di tendenza diventiamo ancor più protettivi. La maggior parte di noi, almeno  - anche se ricordo un paio di discorsi abbastanza spiacevoli a due consigli di classe quando lavoravo a Firenze.
St. Mary Mead sotto questo aspetto ha le carte in regola: è un paese molto chiesino ma anche a vocazione piuttosto assistenziale. Poi, in cuor suo, ognuno penserà quel che crede.
Tuttavia anche lì, nel pieno della Terza Effervescente, un alunno di famiglia islamica assai praticante all'esame scrisse un tema che ci fece molto male, raccontando come suo padre (che era lì da più di vent'anni) si sentisse trattare da "diverso" e quindi non mandasse il figlio ai compleanni degli amici (e il figlio dovette infilare per anni le più varie scuse ai compagni, che probabilmente alla fine facevano solo finta di crederci, ma che l'hanno sempre trattato con molto affetto e stima). Gli insegnanti indigeni meditarono in cuor loro e conclusero che, forse, era stata più una impressione del padre che una vera emarginazione, ma vai a sapere? Comunque quel tema ci fece male, e figurarsi a chi lo aveva scritto!
Onestamente, credo che la scuola fosse comunque innocente come una colomba, sia per la materna che per le elementari che per le medie.

Ad ogni modo, quando arriva il capitolo sulla nascita dell'islam, in prima media (sempre condotto sulla scorta di libri assai politically correct, per quanto schifo possano fare in tutti gli altri capitoli) attacco la mia solita sviolinata su quanto era ganzo l'islam, e la cultura islamica, e la scienza islamica eccetera eccetera, e sviolino senza risparmio. Più musulmani ci sono in classe, e più sviolino. E sull'islam li interrogo regolarmente, di solito con eccellenti risultati e ogni volta imparando qualcosa di nuovo.
Capita mai che trovo l'alunno proveniente da un paese islamico ma che dell'islam se ne frega alla grande?
Ebbene sì, ho trovato anche quelli. Nel qual caso sorvolo garbatamente sull'interrogazione venuta male e do una smorzata alle sviolinate.
Di solito però i ragazzi apprezzano. L'autore del tema amareggiato, quando la Terza Effervescente era ancora una Prima (ma già molto Effervescente) ci portò addirittura un Corano (sempre belli da guardare, i Corani, con quella magnifica scrittura dove potrebbe esserci scritto qualsiasi cosa) e ci lesse qualche versetto per poi tradurcelo. E tutti gli facemmo gran festa e ce lo facemmo girare di mano in mano, esattamente come quando gli altri stranieri ci portano le monete del loro paese e ci raccontano le ricette tipiche.

Quest'anno, nella Prima dove faccio storia, ho ben quattro islamici praticanti, che ci hanno spiegato perché il maiale è impuro e un sacco di altre belle cose - mi sono anche fatta una cultura sul Ramadan e sul fatto che i ragazzi possono farlo (possono, non devono) farlo, pare addirittura dagli otto anni, e sugli allenatori delle squadre di calcio che hanno assai cenciato quelli che ci provavano perché all'allenamento, giustamente, nei giorni di digiuno quelli non combinavano niente. Pare che decidano le famiglie, ma per quel che ho capito le famiglie non ostacolano il primo tentativo e ancor meno ostacolo il ravvedimento finale, che di solito arriva nel giro di due o tre giorni - che credo sarebbe la politica che terrei anch'io al loro posto e che molti genitori di ogni latitudine adottano quando il figlio si prende qualche fissazione.

Quando arriva la Terza e di islam si comincia, ahimé, a parlare in termini di terrorismo, di solito è tutta una gara a screditare le teorie che vogliono che la colpa del terrorismo sia nei precetti dell'islam (l'idea del compagno di calcio e di classe che in segreto trama oscuri attentati risulta francamente improponibile a tutti); quando si presenta il caso - e, purtroppo, prima o poi si presenta - il mio personale contributo consiste nel ricordare che quando studiavo alle superiori, alla fine degli anni 70, circolava la teoria che le religioni indiane e l'islam erano troppo passive e non incoraggiavano lo spirito d'iniziativa, e per questo India e paesi arabi erano ancora poveri (giuro che questa teoria c'era, anche se non spiegava come quei popoli tanto tanto passivi fossero riusciti a costruirsi imperi così imponenti da arrivare perfino ad assediare Vienna, e tantomeno spiegano i massacri che i passivissimi indiani hanno fatto tante volte tra loro).
La mia vera teoria, che mi guardo bene dall'esprimere davanti a un pubblico di alunni o di praticanti di qualsivoglia religione, colleghi inclusi*, è che le religioni sono come il caucciù e come le tiri stanno - o, a scelta, ci trovi quel che ci vuoi trovare a seconda del momento, e figurarsi se una mi sembra migliore dell'altra - con una possibile eccezione per quella degli indiani d'America (che comunque non conosco a fondo) anche se all'occorrenza un buon mistico che non sia guerrafondaio lo leggo sempre volentieri, che sia sufi, camaldolese, zen o altro, e sempre con un certo profitto spirituale**.

In conclusione: a volte basta poco per fare bella figura ed essere assai inclusivi e multiculturali; e gli insegnanti, per quel che vedo dal mio angoletto, fanno la loro parte con tanta buona volontà non scevra da qualche risultato.
Certo, i risultati sarebbero più duraturi se fuori dalla scuola il mondo non fosse pieno zeppo di pazzi invasati e di cretini in completa libertà. Ma io faccio la mia parte, e di più non posso fare.
Verranno tempi migliori, si spera.

*Come ho già detto, St.Mary Mead è un paese molto chiesino, e proprio i colleghi più chiesini mi hanno amorevolmente assistito con atti, parole (e suppongo anche pensieri) durante la mia cruda malattia, conquistandosi la mia eterna riconoscenza
**sì, può sembrare una contraddizione. Magari lo è davvero. E chi se ne frega?

martedì 28 novembre 2017

Haeretica - AVTI ovvero Associazione Vecchi Tolkieniani Iperspocchiosi

Personaggio assai spocchioso, Thranduil era interpretato da Lee Pace, attore non troppo propenso a prendersi eccessivamente sul serio

A torto o a ragione, sono sempre stata convinta di essere una tolkieniana con un curriculum molto rispettabile e soprattutto lungo: ho letto una delle prime ristampe della prima edizione integrale in italiano del Signore degli Anelli, pasticciavo con l'edizione inglese quando i librai mi chiedevano ancora "Tolkien chi?", ho in casa la primissima edizione italiana del Silmarillion, conosco i nomi dei personaggi e di molti luoghi in più lingue (lingue della Terra di Mezzo, intendo), ricordo senza difficoltà i capitoli dove si trovano le singole scene e le singole conversazioni dei due romanzi, non devo preoccuparmi se l'edizione italiana delle Lettere di Tolkien è esaurita perché tanto io ci ho quella in inglese e qui la pianto per pietà verso chi legge, anche perché a tutto ciò ho dedicato già un post.
Ma con i tolkieniani non mi sono mai trovata molto bene; non solo ora, anche quando incontrai all'università il primo tolkieniano della mia vita, che mi diede un paio di fanzine fotocopiate ai tempi in cui le fotocopie erano una roba pesantissima su carta chimica. Me le lessi con santa religione, ma non ci trovai traccia di quel che Tolkien era stato per me: era tutta roba molto seriosa sulla filosofia di Tolkien, il cristianesimo di Tolkien (un lato su cui ho sempre cercato di sorvolare, anche se in verità nelle sue lettere, quando a parlarne era lui, non mi aveva affatto infastidito), la Grazia in Tolkien... boh.
Molti anni dopo, quando ero ormai entrata in rete, aprirono un newsgroup dedicato a Tolkien. Lì non mi trovavo male, ma alla fine non postavo quasi mai: era tutta gente specializzatissima che conosceva tutte le stirpi elfiche elencate nel Silmarillion e faceva un sacco di domande su come tradurre in elfico questo e quello. Tolkien li avrebbe apprezzati molto, ma io non sono una linguista e le lingue immaginarie mi interessano il giusto anche se ho tentato di studiare un po' di quelle vere (con scarsi risultati) e due esami di filologia romanza mi permettono di leggere un po' di francese - o almeno me lo permettevano ai tempi della tesi

Poi arrivarono i film.
Chi non c'era non può nemmeno lontanamente immaginare lo starnazzìo e il gran volar di piume. Mancava questo, non c'era quello, quell'altro non andava bene... cominciarono sin dai primi trailer e non lasciarono pietra su pietra. I tolkieniani della mia età per lo più diventano idrofobi, se gli parli dei film.
Io facevo parte dell'ala moderata alcune cose mi piacquero, altre no, ma vedere quei luoghi che avevo sempre e solo immaginati trasformati in realtà (beh, diciamo in reali scenografie) mi  lasciò una impressione fortissima. Ci misi dei giorni a riprendermi dalla visione della Compagnia, nonostante tutta la mia disapprovazione per l'interminabile  lotta nei sotterranei di Moria con un insulso mostriciattolo e l'rritazione per come erano stati trattati alcuni personaggi. C'era tanto che non mi piaceva, ma anche tanto che mi aveva colpito e tuttora disapprovo che, nonostante tutte le statuine date a Jackson si siano dimenticate di dargli la più meritata, quella "Complimenti per il coraggio"; perché, oggettivamente, aveva fatto un lavoro immane, oltre che non privo di buoni risultati.
Con gli anni, ma questo non lo sapevo, crebbe la generazione che considerava la trilogia dei film come Sacra e Inviolabile. Li incrocia su Facebook e - sorpresa! - li trovai altrettanto esasperanti. Nel frattempo avevano cominciato a pubblicare libri su Tolkien, e ogni tanto riuscivo a mettere le mani su qualcosa, tramite biblioteca: gli elfi in Tolkien, la Grazia in Tolkien, il Cattolicesimo in Tolkien, morte e resurrezione in Tolkien... tutti temi molto rispettabili, ma non mi piaceva come venivano trattati. A dirla tutta, mi annoiavano.
Ammettiamolo: quando si parla di Tolkien divento un vero impiastro. 
Il problema per me era ed è che nessuno vedeva Tolkien a modo mio, e il mio è l'unico modo giusto di vederlo - e credo sia il problema di ogni drogato da Tolkien, nonché di tutti i nerd.
Poi uscì la trilogia dello Hobbit, che mi è piaciuta moltissimo. Mi dissi che, forse, nel frattempo il mio gusto era cambiato, e andai a guardarmi un po' della vecchia trilogia; ma, niente, continuavo a trovarla irritante... tranne quando mi piaceva. Così mi trovavo in completo e viscerale disaccordo sia con chi la esaltava che con chi la denigrava - e naturalmente ero ancor più in disaccordo con chi la trovava migliore della seconda. E si sa che il cuore ha le sue ragioni eccetera eccetera.
Il problema, compresi alla fine, era ancora più raffinato: c'era una intera generazione di Tolkieniani che era cresciuta con l'imprinting della prima trilogia e ormai vedeva la Terra di Mezzo e tutta la storia dell'Anello solo come Jackson gliel'aveva mostrata; ed erano perfino più impiastri di me. Il punto era che io avevo avuto un imprinting molto diverso - ma naturalmente il mio era quello giusto.
Con l'aiuto di qualche barlume di ritegno imparai a tenermi per me il mio giustissimo punto di vista. Lo trovavo qua e là espresso nei forum stranieri - ma vacci a intervenire, in un forum straniero. Proprio non ci avevo il coraggio, col mio povero inglese pasticciato (e non sanno, nei forum stranieri, che fortuna hanno avuto!).
Scoprii poi che esisteva un blog dedicato alla trilogia dello Hobbit e, pur disapprovando in cuor mio quasi tutto quello che ci trovavo scritto, non mancavo mai di visitarlo (per disapprovarlo meglio, si capisce). 
Per molto tempo mi limitai a leggerlo con profonda disapprovazione, poi cominciai a intervenire - e fu così che incrociai per la prima volta Eva e Acquaforte. Era, dobbiamo ammetterlo, un vero forum di discussione, e quanto a discutere nessuno si faceva mancare nulla. C'erano un po' di ragazzini - vabbé, arrivata a questa età per me sono quasi sempre ragazzini - e anche un po' di ragazzine che venivano costantemente massacrate per la gravissima colpa di apprezzare Fili e Kili (cosa che mi irritava perché piacevano moltissimo anche a me, e infatti intervenivo a difenderle). C'era un sacco di gente che odiava la povera Tauriel, qualcuno arrivò perfino a definirla un'elfa di facili costumi perché, molto opportunisticamente, si dedicava a Kili solo dopo che Thranduil le aveva fatto capire che non voleva che sposasse Legolas (un punto molto discusso, e anche piuttosto antitolkieniano a mio avviso: quando mai nel canone a una ragazza, per di più elfica, era importato qualcosa che papi non volesse?).

Poi c'erano quelli che si lamentavano che Lo Hobbir non fosse abbastanza epico e la carica dei Rohirrim lo era di più, ma a me la carica dei Rohirrim della prima trilogia non era piaciuta molto e soprattutto avevo un concetto più esteso del termine "epico".
Insomma, seghe su seghe che nemmeno in una falegnameria canadese che lavorasse a pieno regime.

Ogni tanto postavo. Beh, probabilmente ogni poco, anche se a me sembrava di essere assai parca e morigerata nei miei interventi (probabilmente lo ero, dal mio punto di vista, perché a volte avrei preso volentieri un bel lanciafiamme per fare pulito, specie con quelli che postavano per la settecentesima volta qualche osservazione sulla computer grafica che nella prima trilogia era fatta meglio, o su come sarebbe venuto meglio il film in due parti invece che in tre - e volevano sempre tagliare quelle parti che mi erano piaciute di più). 
Borbottavo e sobbollivo come una pentola di stufato, ogni tanto traboccavo ma ripulivo velocissimamente il piano di cottura e nessuno si accorgeva di niente. Per fortuna c'era Eva, che aveva sempre una buona parola per tutti, altrimenti quel blog sarebbe finito in autocombustione già ai tempi della Desolazione di Smaug, e non solo per colpa mia.
Finirono i film e, ahimé e doppio e triplo ahimé, finì anche il blog.
In seguito Linda mi iscrisse al gruppo tolkieniano per eccellenza su Facebook, quello gestito nientemeno che dalla Associazione  Italiana Studi Tolkieniani, dove si entra solo su invito.
Lì sono in mezzo a gente seria, preparata e informatissima: gente che fa domande profondissime sulla Grazia in Tolkien, il Cattolicesimo in Tolkien, la Spiritualità di Tolkien, il Bene, il Male, l'Amore e la Morte in Tolkien, la traduzione del sesto rigo della quinta pagina del terzo capitolo... roba seria, insomma, talvolta un po' esasperante.
Scherzano poco. Una domanda sulla possibilità di un coinvolgimento omoerotico tra Sam e Frodo provoca una pioggia di frecce che gli orchetti se la sognano, al grido di "A queste sozzerie Tolkien non ci pensava nemmeno!" (il che è anche vero, tuttavia tra i due hobbit c'è un legame che meriterebbe una analisi più accurata, perché non è dei più consueti, e non scordiamo che a tratti abbiamo perfino un triangolo dove Gollum ha la sua bella parte).
Il sesso è visto male, anche quando ne parlano altri autori. No, non altri autori che vogliono parlare di sesso riguardo ai libri di Tolkien, bensì autori che mettono i protagonisti dei loro romanzi a accoppiarsi variamente. Martin, per esempio. Oh, il cattivissimo Martin! E guai se il maledetto si azzarda a dire che nei due romanzi di Tolkien ci sono delle consistenti zone d'ombra sulla parte economica e politica. Come osa criticare, quell'infimo esserucolo?

Come dicevo, nel gruppo ci sta gente seria, che scrive testi e articoli su Tolkien, la regalità in Tolkien, le fonti norrene in Tolkien, la filosofia tomistica in Tolkien. Qualche volta qualcuno sembra anzi convinto di avere scritto parole definitive e incontestabili sulle varie questioni, ma ho notato che chi insiste troppo sul fatto che lui ha ragione e gli altri hanno torto perché lo dice lui finisce di solito per essere allontanato dal gruppo in quanto rompiballe (i moderatori si esprimono naturalmente in modo più compunto, ma il succo è questo).
Ad ogni modo, per quanto si tratti in gran parte di persone serie e preparate (e di solito anche molto cortesi) spesso mi accorgo che la mia opinione su qualsiasi tema di discussione circoli è diversissima da quella degli altri, e dunque finisco per starmene zitta.
Insomma, non mi trovo bene nemmeno lì. Ma sono tutti troppo colti e preparati perché abbia voglia di usare il lanciafiamme, o almeno di ammettere  con me stessa che a volte vorrei tanto usarlo

Qualche giorno fa sulle pagine tolkieniane di Facebook è piombata come un fulmine una Grande (o forse ferale?) Notizia: sembrava, pare, correva voce, si raccontava, che stessero per fare una serie televisiva dal Signore degli Anelli.
"Magari è la volta che riusciremo finalmente a vedere anche Tom Bombadil e gli spettri dei Tumuli" commentai giuliva & festosa; di fatto c'erano altre cose che mi sarebbe assai interessato vedere - un vero Gimli, per esempio, o un Aragorn e un Frodo che avessero qualche rapporto con i personaggi descritti nel libro; o addirittura una Eowyn che non preparava lo stufato - ma soprattutto una storia meno frenetica dove la gente all'occorrenza si mettesse anche a chiacchierare e soprattutto a riflettere sui tempi passati, con più boschi e un po' meno combattimenti con gli orchetti,  o anche dove il lato horror sia gestito in modo più inquietante e il rapporto tra Frodo e Sam sia centrato meglio e lo spettatore non sia tentato di risolvere tutto pensando che sia una storia d'amore con Gollum che fa da terzo incomodo... insomma, qualcosa fatto più a modo mio (che, come mi sembra di avere già delicatamente accennato qua e là in questo post.
Intorno a me si scatenava la furia dello scontento - non già rivolta al mio piccolo e innocuo commento, che nessuno si è filato né tanto né poco, bensì tesa a deprecare la catastrofe incombente.
Ma come, a che serviva un nuovo lavoro preso dal Signore degli Anelli? Non esisteva ormai l'Unica e Veridica Trilogia, specchio di tutte le perfezioni? Oppure, a scelta: non erano bastate quelle due infami trilogie, specchio di ogni perversione? Del resto era noto che Tolkien odiava i film tratti dalle sue opere; e c'era pure il precedente della serie di Shannara che era venuta malissimo, l'orribile Trono di Spade (quello tratto dai romanzi dell'immondo Martin), e come poteva lo spettatore ormai figurarsi un Aragorn diverso da quello della Trilogia e che diamine potevamo farcene di un lavoro fatto male e inutile? Davvero non se ne vedeva la necessità, e l'unico effetto che avrebbe sortito sarebbe stato quello di commercializzare ulteriormente Tolkien*.
Giuro che per giorni e giorni tutti gli italici tolkieniani presenti su Facebook si sono stracciati le vesti deprecando l'orrore di una nuova interpretazione del loro romanzo preferito (in seguito è emerso che può darsi che non sarà una serie televisiva, e forse nemmeno tratta dal Signore degli Anelli, o comunque non solo dal Signore degli Anelli, ma a tutto questo ho rifiutato di interessarmi in attesa di notizie più concrete).
Tutto ciò, invero, mi ha lasciata piuttosto perplessa: siamo sicuri che la prima reazione alla notizia di una nuova, ennesima, riduzione per lo schermo di Orgoglio e Pregiudizio porterebbe tanto sconforto e disperazione tra i cultori di Jane Austen? O non si aprirebbe piuttosto nel giro di trenta secondi un totoDarcy e un totoElizabeth e un totoOgniAltroPersonaggio con accanitissime discussioni?

Io con i tolkieniani non mi ci trovo molto bene. Li trovo strani.
E li guardo molto dall'alto in basso, con grandissima spocchia
Dopotutto, sono o non sono la Custode dell'Unico Valido Modo di Interpretare Tolkien?

*beh, non so se è questo l'effetto che sortirebbe questa fantomatica serie, ma sono sicura che è l'effetto che i produttori cercheranno di ottenere. Va riconosciuto onestamente però che sarebbe strano il contrario, perché raramente si fa una serie televisiva (o un film) allo scopo precipuo di rendere più ignota e meno diffusa una storia.

E per concludere, un bel poster di Jim Cauty, che lo disegnò a 19 anni, nel 1976 - il che vuol dire che due anni dopo mi misi in camera in pianta stabile un poster disegnato da un quasi coetaneo. Si possono discutere alcune cose ma... quello è Gandalf, senza alcun dubbio.

venerdì 24 novembre 2017

La via del male - Robert Galbraith

Ebbene, è la Rowling. Non potrei mai dire male di J.K. Rowling, cui devo tanta riconoscenza e che tanto apprezzo come scrittrice. Davvero, non oserei
E tuttavia, lo ammetto, se non ci fosse stata di mezzo la Sua augusta penna questo libro lo avrei scansato come la peste, e a metà della terza pagina mi stavo seriamente domandando se mi conveniva continuare.
Naturalmente è scritto bene. E quando mai J.K. Rowling scrive male? Non certo qui.
Ma, lo ammetto, i serial killer non li reggo proprio. Lo so che è un genere che va di moda e che oggi usa immedesimarsi anche nel loro punto di vista; e so anch'io che ci sono libri dedicati a serial killer che hanno venduto milioni e milioni di copie. Non grazie a me, comunque. 
E' un genere di cui mi sfugge il fascino. Che cavolo me ne frega di immedesimarmi in un serial killer? Non lavoro nella polizia, che per lavoro è tenuta ad occuparsene, e per mia fortuna non ci ho mai avuto a che fare (altrimenti non sarei qui a scrivere). So che non si dovrebbe mai dire "mai", ma, ecco, non è un tipo di personalità che riesce a far risuonare alcuna corda nel mio animo e non riesco proprio a immaginarmi in quei panni.
Terroristi? No, non è il mio genere, ma chissà, in circoostanze del tutto diverse avrei potuto ritrovarmici. Omicidi plurimi e aggravati? Oh, nella mia mente ne commetto in quantità. Ma mi serve pur sempre un motivo.
D'accordo, anche i serial killer hanno i loro motivi - il primo, par di capire, è che uccidere gli piace. Ma insomma, non so che farci, proprio non mi ci ritrovo.
Detto questo, per amore di J.K. Rowling ho letto anche il libro che qui vado a presentare, e che appunto parla di un serial killer; non solo, ma passate le prime pagine non è stato un sacrificio. 
Del resto anche quelle prime spiacevoli (per me) pagine hanno un loro perché, come anche aver scelto sì sgradevole (per me) soggetto è proprio da quelle prime pagine che impariamo subito che nel mirino del serial c'è Robin, la segretaria e assistente di Cormoran Strike. E non solo è nel mirino, ma è pure sotto stretta sorveglianza, e da parecchio tempo Stavolta l'insidia è, letteralmente, dietro l'angolo di casa. E lei non ne ha la minima idea. Cormoran ci arriva, a un certo punto, ma per un bel pezzo nemmeno lui si rende conto di quanto è effettivamente vicino il pericolo - anche perché, se se ne rendesse conto subito, il romanzo finirebbe verso pagina 40, circa a un quindicesimo del suo percorso.
Anche la scelta del tipo di assassino, ripensandoci, ha un suo perché, strettamente legato alla trama interna del romanzo, quella che riguarda i due investigatori
Del resto, cosa c'è di più apparentemente illogico e apparentemente imprevedibile di un serial killer?

Ma andiamo per ordine.
Un bel mattino Robin riceve un pacco prima di entrare in ufficio. Firma la ricevuta, entra, avvia la solita trafila di quando inizia la giornata lavorativa Poi apre il pacco.
Il pacco contiene una gamba. In pratica, un pezzo di cadavere.
Sul cadavere sono tatuati i versi di una canzone, che Cormoran conosce molto bene e che formano una delle piste dell'investigazione, quella che conduce alla sua defunta madre (il romanzo trabocca di citazioni musicali, soprattutto dalle canzoni dei Blue Oyster Cult; che sarebbe un pregio, non fosse che qui in Italia il culto dell'ostrica azzurra non è stato mai molto diffuso, pur essendo costoro un degnissimo gruppo musicale).
Ci sono altre due piste, legate pure quelle al passato di Cormoran. Del resto la gamba è stata mandata a lui, e chi spedisce gambe tagliate presumibilmente non è persona che si raccomandi per il suo perfetto equilibrio mentale. Si tratta dunque di risalire agli squilibrati più squilibrati tra i molti con cui Cormoran ha avuto a che fare nel suo complesso passato - e sono un bel campionario, scopriamo. 
Il risultato della scrematura sono tre individui, uno più sgradevole dell'altro, che non hanno assolutamente nulla che li raccomandi all'indulgenza o all'interesse del lettore. Costoro a loro volta hanno avuto una vita piuttosto movimentata, contrassegnata da cambi di identità e di indirizzo. Tanto per intendersi, si tratta di gente deprimente e depressa, e gli ambienti in cui si svolgono le indagini somiglia molto ai punti più deprimenti del Seggio Vacante - o,  per chi gradisse un paragone più potteriano, è come passare qualche centinaio di pagine in casa Marvolo, l'adorabile ramo materno della famiglia di Voldemort.
La ricerca è complicata - ancor più complicata dal fatto che la polizia, che si sta attivamente occupando del caso, non gradisce interferenze, ma che le interferenze da parte dell'agenzia sono rese necessarie non tanto da delicate questioni di onore professionale, bensì perché i clienti si stanno volatilizzando come neve al sole e l'agenzia in questione rischia la morte per inedia.
Cormoran combatte una sua battaglia privata non solo per rintracciare l'assassino, ma anche perché Robin resti il più possibile fuori dalle indagini, che stavolta possono rivelarsi molto pericolose per lei.
Robin a sua volta combatte con tutte le sue forze per non essere lasciata fuori dalle indagini per una serie di motivi che vanno chiarendosi solo molto lentamente (anche se ne abbiamo intravista qualche traccia nel romanzo precedente).
Nel frattempo il lettore viene abilmente depistato dalle intricate vicende sentimentali della ragazza, ormai a un passo dal matrimonio con il povero Matthew. Lo definisco "povero Matthew" non perché anch'io non abbia desiderato di strozzarlo più volte nel corso della lettura, in particolare verso la fine, ma perché sono convinta che il suo affetto per Robin è sincero; inoltre, non essendo un potenziale serial killer, è pur sempre un personaggio molto più gradevole della maggior parte dei personaggi che incrociamo durante la lettura.
La soluzione infine arriva e contiene anche un piccolo colpo di scena - non di quelli memorabili, da includere nella lista dei "Dieci colpi di scena che hanno cambiato la storia della letteratura", ma insomma un colpo di scena piuttosto rispettabile
Tuttavia il vero finale è un altro, di cui non conviene assolutamente parlare qui. Mi limiterò a dire che l'ultima pagina si chiude con un cliffhanger assolutamente micidiale, di quelli che ti lasciano ad uggiolare fuori dalla porta per tutta la notte. Capita, quando J. K. Rowling conclude il terzo romanzo di una serie.
In conclusione: ottimo per chi ama le storie di serial killer, e assolutamente indispensabile per chi segue la serie di Cormoran Strike.

Con questo post, un po' meno entusiastico del solito, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi di qua.

martedì 21 novembre 2017

L'insegnante e l'Analisi Logica: un racconto dell'orrore (ripensandoci era un buon post per Halloween)

Una qualsiasi seconda media dopo la restituzione del compito di analisi logica
(Henry Dunant alla battaglia di Solferino, 1860, autore ignoto)
In tale dolorosa occasione, nacque a Dumant l'idea di fondare la Croce Rossa Internazionale.
Che con l'analisi logica non ha proprio niente a che vedere.

Quel che segue è un veridico resoconto di quanto ogni insegnante di Lettere si ritrova a vivere nel corso di una tappa apparentemente innocua del suo insegnantesco percorso, ovvero l'insegnamento dell'analisi logica in seconda media.
Non importa quanti anni di insegnamento hai alle spalle, non importa quanto sia intelligente la tua classe: le tappe che vado a narrare sono quasi inevitabili. 
Si comincia dall'inizio, naturalmente. Analisi logica, è l'analisi della frase semplice.
Cos'è una frase semplice (e tutti capiscono). Cos'è una frase ellittica, una frase nominale, insomma tutto questo genere di cose. 
Nessuno ha dei problemi.
Poi si fa la frase espansa. Prima era il gatto sale sul tavolo, poi diventa il bel gatto bianco sale con eleganza sul tavolo di mogano
E, di nuovo, nessuno ha dei problemi.
Tutti inanellano frasi semplici ed espanse senza perderci il capo né farne inutili drammi: molti gatti bianchi salgono sui tavoli di mogano e molti giovani studenti di Vicenza (tra i quali Bridigala) corrono a scuola sui loro pattini a rotelle.
Poi tocca al soggetto, che tra l'altro conoscono bene perché l'hanno già fatto alle elementari. Non ci sono mai drammi col soggetto, almeno fin quando non viene spostato al di là della prima parola: Agilulfo va al corso di pallanuoto senza problemi, ma se ieri pomeriggio Agilulfo è andato in cartoleria si può scoprire, con una sorta di doloroso stupore, che improvvisamente ieri è diventato il soggetto che compie l'azione, ed è un problema che in certi casi è destinato a trascinarsi.
Viene poi il predicato verbale; lì, già quando Agilulfo ha mangiato due paste alla crema si può scoprire che ha è predicato verbale, mentre mangiato viene promosso a complemento oggetto. Un po' inquietante, visto che in teoria alle elementari hanno fatto sia il predicato verbale che il complemento oggetto. Non parliamo di quando Crodegango ha iniziato a pensare di dover oliare i pattini - ma sono frasi che di solito arrivano molto più avanti, quando il livello di entropia è ormai alto e qualsiasi pretesto è valido per trasformare una frase in un dedalo inestricabile.
Gli attributi vanno via senza troppi drammi, le apposizioni godono di minor fortuna - forse perché tutti capiscono facilmente che cos'è un attributo, ma apposizione è parola strana e repellente: "appo"che?

Viene poi l'acerba primavera del predicato nominale, facilissimo da spiegare e ancor più da capire. Infatti tutti lo capiscono, e svolgono nel migliore dei modi gli esercizi assegnati. Poi lo dimenticano. Quando se ne accorge, il Bravo Insegnante di Lettere lo rispiega con pazienza alla classe, e di nuovo tutti lo capiscono e di nuovo tutti lo dimenticano. Il predicato nominale è il trionfo del Giorno della Marmotta e l'incarnazione del mito di Sisifo.
Col tempo, tuttavia, alcuni degli alunni più diligenti lo imparano in forma stabile  e talvolta ricompare in modo assai inopportuno con i verbi composti: Liutprando soggetto è copula andato parte nominale a Fanculo moto a luogo - e nessuno capisce perché il Bravo Insegnante di Lettere a quel punto comincia a strapparsi i capelli, battersi il petto e invocare un po' di terra da zappare onde smettere di rubare soldi allo stato e fare infine un lavoro utile alla collettività.
A questo punto ci sarebbero pure da affrontare i predicativi del soggetto e dell'oggetto, che finiscono regolarmente in un bagno di sangue. Qualche insegnante reso saggio dall'esperienza li ripropone molto più avanti, ma di solito il risultato non cambia (tuttavia ho conosciuto una intera classe che lo maneggiava con assoluta disinvoltura e proprietà. Ignoro tuttavia a quale tecnica di magia nera sia ricorsa l'insegnante che avevano avuto l'anno prima né ho potuto chiederglielo perché nel frattempo era ritornata nella sua terra di origine, in fondo alla penisola).

Arrivano i complementi nuovi. Ai ragazzi piacciono un sacco, i complementi nuovi e qualcuno si diverte a distinguere complemento di materia e di denominazione e di specificazione, moto da luogo e complemento di allontanamento. Complementi di luogo e di tempo, di fine e di causa, di modo e di argomento scorrono bene. I ragazzi fanno gli esercizi sul libro, costruiscono docilmente frasi con appositi complementi, qualcosa va rispiegato. A volte ci sono problemi specifici: c'è chi va al mercato complemento di termine, c'è chi resta a casa moto a luogo, ma pian piano tutto va a posto.
Un po' più tragica può essere l'analisi delle particelle pronominali, specie se la classe ha ignorato con determinazione i pronomi personali in prima. Che e ne possono riservare un sacco di spiacevoli sorprese.
Il Bravo Insegnante fa approfondimenti e ripassi dell'analisi grammaticale, e un po' se lo filano e un po' no, ma nel complesso la situazione non sembra drammatica.
Giunge il tempo del compito di analisi logica: il Bravo Insegnante pesca un po' di frasette dove il gatto sale sul tavolo, Agilulfo va al mercato e il drago dorme sul suo letto d'oro nella caverna, gli studenti lavorano con impegno e puoi quasi vedere le punte delle lingue che sporgono tra i denti come segno di massima concentrazione. Poi consegnano. Ahimé sì, consegnano.
E giunge infine il tempo della correzione dei compiti, che è regolarmente una tragedia immane. Per l'occasione ritornano in perfetta parata militare tutti gli errori pazientemente bonificati e disboscati nel corso dei mesi precedenti.
Disastro completo e totale. I più bravi hanno fatto schifo, la fascia media ha fatto ribrezzo e pietà, mentre la fascia bassa alla fine, una volta tanto, non ha nemmeno fatto tanto peggio degli altri - del resto, sarebbe stato davvero difficile.
Il Bravo Insegnante di Lettere, che per l'occasione si proclama il Più Inetto Insegnante di Lettere che mai abbia calpestato la terra, piange, si dispera e cerca conforto dai colleghi. Chi non insegna Lettere lo guarda con blando compatimento e prova a offrirgli un caffé o un pasticcino non sapendo che altro fare, mentre i colleghi di Seconda sono troppo occupati a disperarsi a loro volta per dargli adeguata comprensione, e chi per sua buona sorte fa Italiano in Prima o in Terza ringrazia Dio o il Caso che per quell'anno tal tormento gli venga risparmiato.
Seguono dolorose sedute di autocoscienza con la classe, pianto e stridor di denti, piogge di quattro e di tre. I ragazzi non si capacitano che il loro pacioso e simpatico Insegnante di Lettere si sia trasformato in una tigre ircana e alla fine, mossi ben più dall'istinto di conservazione e dall'affetto per il poveretto che vedono così accasciato (oltre che dal legittimo desiderio di non ritrovarsi a fine anno l'insufficienza in pagella) che dall'ambizione o dall'amor proprio si danno infine un po' da fare.
Il secondo compito non andrà bene, no, ma andrà comunque talmente meglio del primo che il Bravo Insegnante di Lettere deciderà di non sfidare oltre la sorte e stabilirà in cuor suo che in fondo basta che sappiano le cose essenziali (sì, quelle che gli hanno già insegnato alle elementari).
In mezzo a tutta questa ordalìa un piccolo gruppetto di ragazzi non necessariamente brillantissimi ma provvisti di una mentalità logica e razionale hanno afferrato il meccanismo base e navigano tranquilli in mezzo alle secche più perigliose, talvolta affrontando senza paura perfino i complementi predicativi. Il resto va a tastoni e si ritiene fortunato se riesce a non infilare due errori per frase.

Sorge spontanea la domanda: perché?
Non è una di quelle domande cui sia facile trovare una risposta.
La prima cosa però che salta agli occhi è che alla classe tutta, tranne forse a un paio particolarmente interessati alle strutture grammaticali, dell'analisi logica non importa assolutamente nulla. Non abbiamo il loro consenso interiore. 
Qualcuno si applica perfino all'analisi logica per ambizione, per orgoglio o perché ha una buona memoria e a forza di inerzia i concetti principali finiscono per restargli appiccicati. I più si applicano assai malvolentieri e per puri fini di sopravvivenza - ma nessuno sembra convinto che l'analisi logica serva a qualcosa.
Il secondo motivo è che, staccata dal latino, l'analisi logica risulta più difficile. Non eccezionalmente difficile, solo un pochino più difficile. Tuttavia nel corso del triennio i ragazzi affrontano cose ben più complicate e ostiche dell'analisi logica - che alla fine è una specie di giochetto da società e nulla di più - spesso con successo; ma a queste cose più difficili riescono a trovare un senso, e finiscono per applicarcisi.
Il terzo, naturalmente, è che ci sono tante cose più divertenti da fare rispetto all'analisi logica, ma anche lì valgono le considerazioni del punto 2.

Tuttavia, pur non avendo mai amato l'analisi logica quando l'ho fatta alle medie (da insegnante mi diverto molto a farla, invece e nonostante tutto) temo di dover ammettere che se continuano a tenerla nel programma c'è il suo perché. Non è affatto inutile, soprattutto quando si affrontano le lingue straniere - e ormai tutti ne affrontano almeno due, per tacere degli stranieri che ne affrontano ben tre. Quando la faccio non mi sembra di sprecare del tempo. Certo, sfoltisco i complementi evitando quelli che chiamo "complementi di chicchera e di piattino" (ad esempio il complemento di allontanamento o di provenienza) ma trovo l'insieme piuttosto utile. Quando dico piuttosto utile intendo dire che, dopo i regolamentari bagni di sangue, quando alla fine per amore o per forza un po' di analisi logica è stata imparata, migliorano anche la produzione scritta e quella orale - in pratica, le creaturine parlano e scrivono più correttamente - che è poi l'unico risultato cui tendo qualsiasi cosa faccia o dica in classe: una corretta esposizione scritta o parlata perché nessuno rida di loro quando parlano una volta che saranno usciti dalle mie mani e dal loro primo ciclo di istruzione; e che è quel che il Ministero si aspetta da loro - giustamente, aggiungo.

E qui finisce la mia desolata autocoscienza. So che il problema è superiore non solo alle mie deboli forze, ma anche alle forze di insegnanti tanto più capaci di me. Tuttavia esiste. Non ha rimedio, ma esiste.